Se Hollywood sta cercando di capire dove la spingerà l’era degli algoritmi, Paul Schrader sembra aver già trovato la risposta, imboccando una strada destinata a far discutere sia gli appassionati di cinema che non. Il celebre cineasta e sceneggiatore ha deciso di rispolverare un vecchio progetto rimasto nel cassetto, il cui titolo è Three Guns at Dawn, trasformandolo in un esperimento radicale: una pellicola in cui non figurerà nemmeno un attore in carne ed ossa, ma soltanto personaggi generati integralmente dall’intelligenza artificiale generativa. La scelta è stata ovviamente spinta da una serie di vicissitudini.
Three Guns at Dawn, come dicevamo, è una sceneggiatura noir ambientata a South Central, Los Angeles. La trama segue le vicende di tre fratelli afroamericani divisi da una profonda ostilità e legati al mondo del crimine: un poliziotto corrotto, un serial killer e un trafficante di droga. Inizialmente l’opera era stata pensata per la regia di Antoine Fuqua e successivamente venduta a Netflix. Tra tentativi di co-regia per evitare polemiche sull’opportunità di dirigere una storia legata alla cultura nera e continui ostacoli produttivi, il progetto era finito in un vicolo cieco.
A decretare il blocco definitivo della versione originale di Three Guns at Dawn è stato il rifiuto da parte di alcuni interpreti. Nessun attore afroamericano ha infatti accettato di prendere parte a una storia priva di figure positive. Di fronte al muro sollevato dai casting, la svolta di Schrader è arrivata direttamente dalla tecnologia: se gli interpreti rifiutano le parti, la soluzione consiste nel crearli da zero con l’IA.
L’intelligenza artificiale, tesoro

La scelta per Three Guns at Dawn si inserisce perfettamente nel dibattito che sta attraversando l’industria cinematografica globale circa l’uso dell’AI. Per Schrader le resistenze del settore sono del tutto inutili di fronte all’avanzare dei nuovi strumenti digitali, tanto da dichiarare in una recente intervista che opporsi a questo cambiamento sia una battaglia persa in partenza: “Quei lavori sono finiti, tesoro”, ha detto a The Hollywood Reporter
L’operazione di Three Guns at Dawn solleva tuttavia interrogativi etici e culturali non indifferenti. Passare dal timore dell’appropriazione culturale alla creazione di “prototipi umani” sintetici rischia di trasformare il casting in un processo di fabbricazione digitale, azzerando il confronto con la sensibilità e le scelte degli attori reali.
Schermi senza corpo
L’iniziativa di Paul Schrader con Three Guns at Dawn da semplice aneddoto bizzarro da cronaca di Hollywood, svela la tensione profonda che l’intelligenza artificiale sta introducendo nell’atto di creare qualcosa sia sul grande schermo che oltre. Quando il cinema sostituisce l’interprete con un prototipo sintetico per aggirare il dissenso umano, l’arte smette di essere un terreno di mediazione culturale e si trasforma in un’operazione di simulazione esecutiva, in uno strumento che argina l’arte per l’utile.
L’attore non è mai stato semplicemente un ingranaggio figurativo o un veicolo passivo per la voce del regista, ma l’elemento di attrito fondamentale, la resistenza biologica ed emotiva che costringe una storia a fare i conti con la realtà effettiva oltre la finzione cinematografica. Nel rifiuto di un interprete di incarnare uno stereotipo o una prospettiva sgradita risiede una funzione critica essenziale, che misura l’impatto di un testo sul mondo reale. L’impiego dell’algoritmo, in questo caso in relazione a Three Guns at Dawn, come sostituto dell’attore recalcitrante azzera questo confronto democratico: genera un’immagine obbediente, infinitamente plasmabile, ma priva dell’imprevedibilità del corpo vivente.
Se il cinema della modernità ha fondato il proprio valore sulla rappresentazione e imitazione della verità dell’uomo, con tutti gli eventuali limiti e limitazioni del caso, la deriva dell’immagine sintetica rischia di inaugurare un’epoca di perfetto solipsismo d’autore. L’intelligenza artificiale, in questa veste e nel caso di Three Guns at Dawn, non viene utilizzata per espandere il linguaggio visivo o per creare mondi altrimenti inaccessibili, ma come uno strumento di immunità dalle risposte, positive o negative, di un reale che risulta sempre e comunque impossibile da prevedere e leggere in toto.
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