Ci sono film che raccontano lo sport e film che utilizzano lo sport come metafora per parlare di qualcosa di molto più grande. Beast, diretto da Tyler Atkins, appartiene a entrambe le categorie. Ambientato nel mondo delle MMA e costruito attorno al ritorno sul ring di un ex campione, il film con Daniel MacPherson, Russell Crowe, Luke Hemsworth e Bren Foster sceglie una strada apparentemente semplice: raccontare una storia di caduta e riscatto attraverso la violenza fisica del ring.

Una storia che, sulla carta, abbiamo già visto molte volte. Un campione che ha lasciato alle spalle la propria carriera, un passato difficile da dimenticare, un’occasione per tornare a combattere e una posta in gioco che va ben oltre la semplice vittoria. Eppure Beast riesce a trovare il proprio spazio all’interno di questo immaginario proprio perché non cerca di nascondere la sua natura di film sportivo vecchia scuola.

Un ex campione costretto a tornare a combattere

Al centro di Beast c’è Patton James, ex campione di MMA che ha ormai abbandonato il ring. La sua carriera appartiene al passato e con essa anche quella vita fatta di allenamenti estenuanti, combattimenti e notorietà. Ma il passato, come spesso accade in questo tipo di storie, non è disposto a rimanere tale.

Quando il fratello si ritrova in una situazione pericolosa, Patton è costretto a fare qualcosa che aveva giurato di non fare più: tornare a combattere. La sua ultima possibilità passa quindi proprio attraverso ciò che aveva cercato di lasciarsi alle spalle.

Beast non perde tempo a costruire un mistero attorno al destino del protagonista: sappiamo fin dall’inizio che Patton dovrà tornare a combattere. La vera domanda diventa allora un’altra: quanto è rimasto del campione che era?

In Beast, la vera lotta è contro il passato

Il titolo Beast assume così un significato che va oltre la semplice dimensione fisica. La “bestia” è naturalmente il combattente, l’uomo capace di entrare in una gabbia e affrontare un avversario disposto a tutto pur di vincere. Ma è anche quella parte di Patton che il protagonista ha cercato di reprimere per anni.

Il ritorno sul ring significa quindi tornare a essere quella persona. Significa riscoprire la propria forza, ma anche fare i conti con tutto ciò che quella stessa forza ha comportato.

Ed è proprio questo uno degli aspetti più interessanti del film: il combattimento diventa una forma di confronto interiore. Ogni allenamento, ogni ferita e ogni incontro riportano Patton davanti alle proprie scelte e alle conseguenze del passato.

Non è quindi soltanto una questione di vittoria. Per Patton, combattere significa capire se è ancora in grado di essere l’uomo che era e, soprattutto, se vuole davvero esserlo.

Daniel MacPherson e un protagonista tutto fisico

Daniel MacPherson si trova davanti a un ruolo che richiede soprattutto una forte presenza fisica, ma che non può vivere esclusivamente di muscoli e combattimenti. Patton deve essere credibile quando combatte, ma anche quando è costretto ad affrontare le proprie fragilità lontano dalla competizione.

L’attore riesce a dare al personaggio una dimensione ruvida e malinconica. Patton parla poco, ma il suo corpo racconta molto: le cicatrici, la stanchezza e la difficoltà nel ricominciare diventano parte integrante della sua caratterizzazione.

È un protagonista che non ha bisogno di essere continuamente spiegato allo spettatore. Il film preferisce mostrarne il percorso attraverso le azioni, gli allenamenti e soprattutto il rapporto con le persone che lo circondano.

Russell Crowe, il volto dell’esperienza

A completare il percorso di Patton c’è Russell Crowe nei panni di Sammy, l’allenatore che rappresenta una figura fondamentale nel suo ritorno alla competizione.

Crowe porta nel film quella presenza che ormai gli appartiene e che gli permette di rendere credibile un personaggio apparentemente familiare: l’uomo esperto che conosce il protagonista meglio di quanto lui stesso voglia ammettere.

Sammy non è semplicemente colui che prepara Patton al combattimento. È anche il personaggio che riesce a vedere ciò che rimane dell’uomo che era stato un campione e che cerca di capire se quella parte di lui possa ancora essere recuperata.

Il rapporto tra i due funziona proprio perché non si limita al classico schema allenatore-atleta. C’è una conoscenza precedente, ci sono errori e soprattutto c’è la consapevolezza che tornare a combattere potrebbe avere conseguenze molto più profonde di una semplice sconfitta.

Quando il ring diventa il vero protagonista

Beast

Se c’è un elemento sul quale Beast non scende a compromessi, è la rappresentazione dei combattimenti. Il film mette in scena le MMA in maniera fisica e brutale. I colpi hanno peso, la fatica è evidente e gli incontri non sembrano mai semplicemente delle coreografie costruite per impressionare lo spettatore.

La macchina da presa ci porta vicino ai combattenti e cerca di restituire la sensazione di trovarsi all’interno della gabbia. Non c’è eleganza nella violenza del ring: ci sono sudore, sangue, dolore e la consapevolezza che un singolo errore può cambiare completamente l’esito di un incontro.

È probabilmente nei combattimenti che Beast riesce a esprimere meglio la propria identità. Il film sa di appartenere al genere degli sports movie e non cerca di trasformarsi in qualcosa di diverso.

Una storia classica, ma ancora efficace

Il principale limite di Beast coincide anche con una delle sue caratteristiche più evidenti: la prevedibilità. Chi conosce il cinema sportivo riconoscerà facilmente molti degli elementi presenti nella storia. L’atleta caduto, l’allenatore, il ritorno, l’avversario da affrontare, l’allenamento e la resa dei conti finale sono ingredienti che abbiamo già incontrato numerose volte.

Il film non sembra particolarmente interessato a sovvertire queste regole. Al contrario, le utilizza in maniera piuttosto diretta. Questo può essere visto come un limite se si cerca una storia completamente originale, ma funziona se si entra in sala aspettandosi un film di combattimento classico. Beast non vuole necessariamente sorprendere: vuole coinvolgere.

E per farlo punta soprattutto sul percorso emotivo del protagonista.

La famiglia prima della gloria

Beast

Uno degli elementi che permettono alla storia di distinguersi, almeno in parte, è il ruolo della famiglia. Patton non torna a combattere semplicemente perché sente la mancanza della fama o perché vuole dimostrare di essere ancora il migliore. A spingerlo è una situazione personale che lo costringe a mettere in discussione la decisione di aver abbandonato il mondo delle MMA.

Questo cambia il significato della sua sfida. Non c’è soltanto una cintura da conquistare o un avversario da battere. C’è qualcuno da proteggere. E quando la posta in gioco diventa personale, ogni combattimento assume un peso differente.

È un meccanismo narrativo semplice, ma proprio per questo immediato. Lo spettatore non deve conoscere il mondo delle MMA per comprendere cosa significhi per Patton tornare a combattere.

Il riscatto come seconda possibilità

In fondo, Beast è soprattutto una storia sulle seconde possibilità. Il film parla di cosa succede quando si pensa di aver chiuso definitivamente un capitolo della propria vita e ci si ritrova costretti a riaprirlo. Ma soprattutto parla della differenza tra tornare indietro e ricominciare.

Patton non può cancellare quello che è successo. Non può tornare a essere semplicemente il campione di qualche anno prima. Il suo corpo è cambiato, la sua vita è cambiata e anche il significato della competizione è diverso. Il suo ritorno non consiste quindi nel recuperare il passato, ma nel capire cosa farne. Ed è qui che il film riesce a trovare il proprio lato più umano.

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Recensione – Pro & Contro

Voto ★★☆☆☆

PRO

  • Le scene di combattimento, Daniel MacPherson e Russell Crowe, il tema del riscatto

CONTRO

  • Trama prevedibile, Personaggi secondari poco approfonditi, poca originalità