Per un Pugno di Dollari fu caratterizzato da diverse curiosità, soprattutto da un produzione particolare. Un budget ridotto, un regista italiano che per l’occasione si nascondeva dietro uno pseudonimo americano, un giovane attore televisivo che non era neppure la prima scelta e una storia che avrebbe provocato uno scontro con Akira Kurosawa.
Quando Sergio Leone realizzò Per un pugno di dollari nel 1964, probabilmente nessuno poteva prevedere quanto quel piccolo western italo-tedesco-spagnolo avrebbe influenzato la storia del cinema.
Con Clint Eastwood, Gian Maria Volonté e Marianne Koch, il film non inventò materialmente il western all’italiana, che esisteva già, ma contribuì in maniera decisiva a definirne il linguaggio: antieroi sporchi e moralmente ambigui, lunghissimi silenzi, violenza improvvisa, primissimi piani estremi e soprattutto una musica che sembrava diventare essa stessa un personaggio. La storia della sua realizzazione è quasi incredibile quanto quella raccontata nel film.
Sergio Leone voleva Henry Fonda, non Clint Eastwood

Oggi sembra impossibile immaginare Per un pugno di dollari senza Clint Eastwood. Eppure Eastwood era molto lontano dall’essere la prima scelta. Leone avrebbe voluto innanzitutto Henry Fonda. I produttori preferivano invece Richard Harrison. Venne contattato anche James Coburn, che Leone aveva apprezzato ne I magnifici sette, ma il suo compenso risultò troppo elevato per una produzione così piccola.
Alla fine Leone vide Eastwood nella serie televisiva Rawhide. Gli piacquero soprattutto la sua presenza rilassata e il modo in cui riusciva a imporsi senza parlare troppo. Eastwood costava inoltre soltanto 15.000 dollari, cifra confermata dallo stesso Leone in una storica intervista televisiva del 1977. Quella scelta economica avrebbe trasformato uno sconosciuto regista italiano e un attore televisivo americano in due icone del cinema.
Clint Eastwood inizialmente non voleva fare Per un pugno di dollari

Lo stesso Eastwood non considerò immediatamente il progetto un’occasione irripetibile. Nell’intervista conservata dalla BBC ricordò che il suo agente gli propose una coproduzione italiana, tedesca e spagnola, descrivendola sostanzialmente come il rifacimento di un film giapponese girato nelle pianure della Spagna.
La prima risposta dell’attore fu tutt’altro che entusiasta. A convincerlo contribuì però proprio la stranezza del progetto. Eastwood riteneva che il western americano stesse attraversando un periodo di stagnazione e intuì che un approccio europeo avrebbe potuto offrirgli qualcosa di diverso. Aveva ragione.
Per un pugno di dollari nasce da Yojimbo di Akira Kurosawa

La somiglianza tra Per un pugno di dollari e Yojimbo – La sfida del samurai di Akira Kurosawa non è una teoria nata decenni dopo. È alla base stessa della nascita del progetto.
Nel film del 1961 Toshiro Mifune interpreta un samurai che arriva in un paese controllato da due fazioni e decide di metterle l’una contro l’altra. Leone trasformò quel meccanismo narrativo in un western, sostituendo le spade con le pistole e il Giappone ottocentesco con una polverosa cittadina di confine. Il problema era che i diritti per realizzare un remake ufficiale non erano stati acquisiti.
Kurosawa contestò il film e iniziò una lunga battaglia sui diritti
Dopo aver visto il western di Leone, Akira Kurosawa rivendicò la paternità della storia. Una celebre frase attribuita alla lettera inviata a Leone può essere riassunta così: era un bel film, ma era il suo film. La questione diede origine a una disputa legale con la Toho, anche se è più preciso parlare di una controversia conclusa attraverso accordi e negoziazioni, non di un normale processo per plagio arrivato a sentenza.
Leone sostenne successivamente che anche Yojimbo avesse debiti nei confronti di Red Harvest di Dashiell Hammett e richiamò inoltre il meccanismo del personaggio che serve due padroni. La controversia fu comunque una delle conseguenze più pesanti del successo del film e contribuì a deteriorare definitivamente il rapporto tra Leone e i produttori della Jolly Film.
Clint Eastwood riconobbe subito Yojimbo nella sceneggiatura

C’è un’ulteriore ironia. Eastwood conosceva già Yojimbo. Quando lesse il copione di Per un pugno di dollari, riconobbe rapidamente la struttura del film di Kurosawa. La natura del progetto, quindi, non era un segreto per il protagonista americano. Eastwood vide anche la possibilità di trasformarlo in qualcosa di molto diverso attraverso il linguaggio del western europeo. E una delle modifiche più importanti riguardò proprio il suo personaggio.
Il pistolero di Eastwood è diventato famoso per i silenzi, le frasi brevissime e uno sguardo capace di sostituire interi dialoghi. Ma il copione originale era molto più verboso. Eastwood giudicava alcune parti eccessivamente dialogate e convinse Leone a ridurre progressivamente le battute del protagonista.
Il risultato fu fondamentale per la creazione del personaggio. Leone avrebbe poi sintetizzato la propria filosofia spiegando che i suoi western erano quasi dei film muti ai quali il dialogo serviva soltanto per aggiungere peso. La laconicità dell’Uomo senza nome, quindi, non nacque soltanto dalla sceneggiatura di Per un pugno di dollari: fu anche il risultato della collaborazione e dei primi contrasti tra Eastwood e Leone.
L’Uomo senza nome, tecnicamente, un nome ce l’ha

Qui troviamo uno dei dettagli più divertenti. Il personaggio è passato alla storia come The Man with No Name, l’Uomo senza nome. Eppure nell’Archivio del Cinema Italiano Clint Eastwood è accreditato come Joe, nome utilizzato anche nel copione e pronunciato da Piripero.
L’immagine dell’Uomo senza nome in Per un pugno di dollari sarebbe stata consolidata soprattutto in seguito, quando i film di Leone furono presentati al pubblico internazionale come una sorta di trilogia legata dalla stessa figura. In altre parole, uno dei personaggi “senza nome” più famosi della storia del cinema non è mai stato completamente senza nome.
Clint Eastwood costruì buona parte del proprio look
Il cappello, i jeans, il gilet, il cinturone, il poncho e naturalmente il sigaro. La silhouette di Eastwood è una delle più riconoscibili della storia del cinema.
L’attore raccontò di avere portato personalmente in Europa diversi elementi del guardaroba e alcuni oggetti. Il poncho definitivo venne invece scelto durante la permanenza in Spagna. Sergio Leone e la produzione contribuirono poi a completare quell’aspetto trasandato che contrastava con i cowboy puliti e impeccabili della televisione americana. Barba, cappello, poncho e cigarillo trasformarono progressivamente Rowdy Yates di Rawhide nell’antieroe che conosciamo.
Clint Eastwood odiava quei sigari

Il cigarillo è praticamente inseparabile dal personaggio. Il problema è che Clint Eastwood non era un fumatore. Intervistato da Fresh Air, l’attore raccontò che i piccoli sigari utilizzati erano estremamente forti e sgradevoli. Proprio quel sapore terribile, però, lo aiutava a trovare l’espressione irritata e minacciosa del personaggio che è passato alla storia in Per un pugno di dollari.
Anche Leone ricordava il disagio dell’attore e scherzò in seguito sul fatto che il sigaro fosse ormai diventato talmente importante da essere quasi “il protagonista” del film. Uno dei simboli più imitati del western nacque quindi da qualcosa che il suo interprete sopportava a fatica.
Leone ed Eastwood quasi non riuscivano a parlarsi
Sul set c’era un altro problema: Sergio Leone non parlava inglese ed Eastwood non parlava italiano. La produzione, inoltre, riuniva professionisti italiani, spagnoli, tedeschi e americani. L’attore e stuntman Benito Stefanelli divenne uno dei principali punti di riferimento per la comunicazione tra Eastwood e la troupe.
Leone compensava spesso il problema recitando fisicamente ciò che voleva ottenere. Esistevano copie del copione in più lingue e sul set non era raro che ogni interprete parlasse nella propria.
Per un pugno di dollari non aveva un vero audio “originale” come lo intendiamo oggi
Questa caratteristica delle coproduzioni italiane dell’epoca spiega un’altra particolarità. Gran parte di Per un pugno di dollari venne realizzata pensando fin dall’inizio al doppiaggio in post-produzione. Attori di nazionalità differenti potevano recitare nella propria lingua e le diverse versioni venivano successivamente ricostruite in sala di doppiaggio.
Nell’edizione italiana, infatti, Eastwood non parla con la propria voce: Joe è doppiato da Enrico Maria Salerno. È uno dei motivi per cui cercare una singola versione linguistica “originale” di molti western italiani dell’epoca può diventare più complicato di quanto sembri.
Per un pugno di dollari fu girato con pochissimi soldi

Per un pugno di dollari era una coproduzione fra Italia, Germania Ovest e Spagna costruita intorno a un budget molto contenuto, circa 120 milioni di lire, divisa tra i partner internazionali. Altre ricostruzioni contemporanee collocano il costo complessivo intorno ai 200.000 dollari.
Eastwood, abituato alla macchina televisiva americana, trovò condizioni completamente diverse. Ricordò un set spartano, senza i comfort delle produzioni hollywoodiane e con continui problemi economici. Le riprese si svolsero tra Roma, l’area intorno a Madrid e Almería, utilizzando scenografie e paesaggi spagnoli per costruire un West che in realtà si trovava a migliaia di chilometri dagli Stati Uniti.
Anche qui il budget impose una soluzione creativa. La strada principale utilizzata per San Miguel esisteva già: era un set western realizzato in Spagna per produzioni precedenti. Leone riuscì quindi a trasformare una struttura già disponibile nella cittadina polverosa dominata dai Rojo e dai Baxter. È uno dei tanti casi in cui una limitazione economica contribuì direttamente all’identità estetica del film.
Leone cambiò anche il modo di mostrare la violenza

Una delle cose che colpirono maggiormente Eastwood sul set di Per un pugno di dollari, fu il modo in cui Leone filmava le sparatorie. Il cinema e soprattutto la televisione americana erano ancora fortemente condizionati dalle convenzioni sviluppate durante gli anni del Production Code.
Eastwood ricordò che Leone, non essendo cresciuto professionalmente all’interno di quelle regole hollywoodiane, mostrava nello stesso flusso visivo l’arma che sparava, il colpo e la vittima che cadeva. Per lo spettatore del 1964 l’effetto era molto più aggressivo di quello dei western televisivi tradizionali. Non era soltanto una questione di quantità di violenza: era il modo in cui Leone la metteva in scena la sua visione che è passata alla storia con un Per un pugno di dollari.
Poi ci sono i celebri volti. Leone trasformò il primissimo piano in uno degli strumenti centrali del suo cinema: occhi, rughe, sudore, denti, barba. Il direttore della fotografia Massimo Dallamano comprese che il Techniscope panoramico richiedeva un uso particolarmente aggressivo del primo piano per conservare i dettagli dei volti. Leone portò quella soluzione all’estremo. Il West non era più soltanto grandi pianure e cavalcate: poteva essere il volto di un uomo che occupava quasi interamente lo schermo.
Sergio Leone non si chiamava Sergio Leone nei titoli

Per rendere il Per un Pugno di dollari più facilmente vendibile all’estero, molti membri italiani della produzione utilizzarono pseudonimi anglosassoni. Sergio Leone divenne Bob Robertson, mentre Gian Maria Volonté apparve anche come John Wells.
Nel caso di Leone, però, lo pseudonimo aveva un significato personale: suo padre Vincenzo Leone, regista del cinema muto, aveva lavorato con il nome Roberto Roberti. Bob Robertson era quindi anche un omaggio a lui. Un film destinato a diventare uno dei simboli del cinema italiano cercò inizialmente di sembrare il meno italiano possibile.
Inizialmente in Italia fu vietato ai minori di 18 anni
La violenza di Leone non passò inosservata. Nel settembre 1964 la commissione di censura italiana impose inizialmente il divieto ai minori di 18 anni, giudicando troppo cruda la rappresentazione di pestaggi, omicidi e massacri. La produzione presentò ricorso.
Per ottenere la revoca del divieto furono effettuati diversi interventi: vennero ridotti particolari di pestaggi, uomini incendiati, cadute e primi piani sanguinosi. Si registrano otto modifiche rispetto alla prima edizione esaminata. Oggi quelle immagini possono sembrare relativamente normali. Nel 1964 erano considerate sufficientemente violente da creare un problema commerciale concreto.
All’inizio nessuno pensava che sarebbe diventato un fenomeno
La storia dell’uscita di Per un pugno di dollari è quasi cinematografica. Si iniziò con una prima programmazione fiorentina molto modesta, senza una grande campagna promozionale e con previsioni tutt’altro che ottimistiche. Poi cominciò il passaparola.
Gli incassi crebbero rapidamente e la distribuzione capì di avere tra le mani qualcosa di molto diverso dal piccolo western europeo che immaginava. Eastwood, nel frattempo, era già tornato negli Stati Uniti a lavorare a Rawhide.
Raccontò addirittura di avere letto su Variety del successo di un misterioso film chiamato Per un pugno di dollari senza capire inizialmente che fosse proprio quello che aveva girato: durante la lavorazione il progetto aveva infatti avuto anche il titolo Il magnifico straniero. Solo quando vide il proprio nome associato al film capì cosa stava succedendo.
Per un pugno di Dollari doveva essere un piccolo lavoro estivo, ma cambiò la storia del cinema
Il successo di Per un pugno di dollari portò quasi immediatamente a Per qualche dollaro in più e poi a Il buono, il brutto, il cattivo. Ma soprattutto trasformò completamente la carriera di Clint Eastwood e Sergio Leone. Il western hollywoodiano aveva tradizionalmente raccontato il confronto tra civiltà e frontiera, legge e caos, bene e male. Leone tolse molte di quelle certezze.
Il protagonista di Per un pugno di dollari combatte anche dalla parte giusta, ma lo fa attraverso inganni, opportunismo, denaro e violenza. I cattivi non sono semplicemente ostacoli narrativi: diventano figure enormi, teatrali. La musica non accompagna più l’azione: spesso la anticipa e la costruisce. E il duello non è soltanto una sparatoria.
È un rituale. Per questo, più di sessant’anni dopo, Per un pugno di dollari continua a sembrare molto più grande della produzione poverissima da cui nacque. Un film realizzato con pochi soldi, un attore scelto perché costava meno delle alternative e una storia presa in prestito dal cinema giapponese finì per creare un nuovo linguaggio cinematografico. E soprattutto trasformò per sempre l’immagine del cowboy sul grande schermo.
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