Parla con Me, Sophie Chiarello: «Quanto siamo davvero liberi di scegliere?»

Parla con Mw

Dopo Il Cerchio, la regista Sophie Chiarello torna a raccontare la crescita attraverso gli occhi dei più giovani. Durante la nostra intervista, la cineasta riflette sulle difficoltà dell’adolescenza, sul ruolo della famiglia e su quanto il contesto sociale possa influenzare la possibilità di immaginare il proprio futuro.

Cosa significa scegliere il proprio futuro quando non si sa ancora chi si è davvero? E quanto le opportunità di un adolescente possono essere condizionate dal quartiere nel quale cresce, dalle aspettative della famiglia e dai confini sociali che lo circondano? Sono alcune delle domande al centro di Parla con Me, il nuovo documentario diretto da Sophie Chiarello, presentato nella sezione Panorama Italia – Proiezioni Speciali di Alice nella Città 2026, manifestazione autonoma e parallela alla Festa del Cinema di Roma.

Dopo aver raccontato per cinque anni la crescita di un gruppo di bambini nel documentario Il Cerchio, la regista torna a confrontarsi con il mondo dei più giovani, concentrando questa volta la propria attenzione su un’età particolarmente delicata: l’adolescenza. Ambientato nella Zona 167 di Lecce, il film segue un gruppo di studenti dell’Istituto Comprensivo Stomeo-Zimbalo coinvolti in un laboratorio di cinema e teatro, realizzato anche attraverso la collaborazione con Ippolito Chiarello e la realtà culturale Nasca il Teatro.

I ragazzi si confrontano con una delle prime grandi decisioni della loro vita, quella relativa al percorso scolastico successivo alle medie. Attraverso il teatro, il cinema e il dialogo con le proprie famiglie, cercano di comprendere chi sono e chi vorrebbero diventare.

Il film non si limita a raccontare i dubbi tipici dell’adolescenza. Attraverso le esperienze dei protagonisti, Sophie Chiarello si interroga anche sul peso delle disuguaglianze sociali, sul rapporto tra generazioni e sulla difficoltà di immaginare un futuro diverso da quello già tracciato dal proprio ambiente familiare. Valerio Perrone ha intervistato Sophie Chiarello per Ciak e Azione, approfondendo la genesi del progetto, il rapporto con i giovani protagonisti e il valore dell’ascolto come strumento per costruire relazioni autentiche.

Da Il Cerchio a Parla con Me: come cambia lo sguardo sull’adolescenza

Valerio Perrone: “Dopo Il Cerchio, nel quale hai osservato un gruppo di bambini crescere nel corso degli anni, con Parla con Me passi all’adolescenza. Che cosa cambia nella tua visione e nel modo di raccontare i ragazzi tra questi due film?”

Sophie Chiarello: “In realtà si tratta di due meccanismi completamente diversi, sia dal punto di vista dell’approccio sia per la natura stessa dei progetti. Il Cerchio è stato un lavoro nel quale mi sono ritrovata completamente sola all’inizio delle riprese. È nato da un impulso personale ed è durato cinque anni. Quando ho cominciato non avevo particolari aspettative sul risultato finale, perché esistevano moltissime incertezze e incognite”.

“Mi ero detta di non pensare necessariamente al fatto che sarebbe diventato un film, ma di rimanere nel presente di quello che stavo facendo. Sapevo che sarebbe stato un percorso lungo e che soltanto alla fine avremmo capito cosa ne sarebbe venuto fuori. Naturalmente, andando avanti, mi rendevo conto che stavano accadendo delle cose importanti. Quando giri un documentario e succede qualcosa di speciale davanti ai tuoi occhi, in qualche modo capisci immediatamente che, se un giorno quel materiale diventerà un film, quel momento ne farà parte”.

“Parla con Me, invece, nasce in una maniera completamente differente. È un progetto meno ambizioso. Io lo chiamo un piccolo film, sia per la sua durata sia per l’intento con il quale è stato realizzato. Nasce all’interno del Piano Nazionale Cinema e Immagini per la Scuola, quindi aveva fin dall’inizio un obiettivo preciso: lavorare insieme ai ragazzi e realizzare un documentario attraverso questa esperienza”.

“Abbiamo collaborato con il teatro di Ippolito Chiarello, con Nasca, una piccolissima realtà culturale che si trova proprio all’interno di questo quartiere di Lecce. Alla fine è nato un film che ci piace molto e che per me possiede anche un significato, tra virgolette, politico. Quello che mi interessava era stare con i ragazzi, ascoltarli e ragionare insieme a loro intorno al tema della scelta e del futuro“.

Parla con Me: scegliere il futuro quando non si sa ancora chi diventare

Valerio Perrone: “Nel documentario interroghi i ragazzi su chi vorrebbero diventare e sui loro progetti per il futuro. Quanto può essere difficile compiere una scelta così importante durante l’adolescenza, soprattutto quando si cresce in un quartiere periferico?”

Sophie Chiarello: “Era proprio questo uno degli aspetti che mi interessava maggiormente. Da una parte volevo lavorare con i ragazzi sull’ascolto, offrendo loro uno spazio diverso da quello scolastico, attraverso il teatro. Volevo che, grazie al laboratorio, riuscissero a entrare maggiormente in contatto con sé stessi, lavorando anche sul corpo. L’adolescenza, soprattutto durante gli anni delle scuole medie, è un momento molto particolare. I ragazzi stanno lasciando l’infanzia, ma non sono ancora adulti”.

“Cominciano a vivere le prime trasformazioni della pubertà e si trovano in una fase nella quale non sanno ancora davvero chi sono. E proprio in quel momento chiediamo loro di proiettarsi nel futuro. È qualcosa di molto difficile. Quanto riescono realmente a fare delle scelte libere? Quanto siamo capaci di accompagnarli in questo percorso? E come possiamo chiedere loro di decidere così presto? C’era poi un’altra questione che mi interessava moltissimo”.

Quanto i confini geografici, culturali e sociali possono diventare anche i confini del nostro immaginario?

Il film è ambientato in un quartiere periferico di Lecce, ma potrebbe trattarsi di una zona simile a quelle presenti in tantissime altre città italiane. Sono quartieri di edilizia popolare, spesso caratterizzati da pochi servizi e da un numero limitato di luoghi di aggregazione. A volte ci sono soltanto una scuola, una chiesa e un supermercato. A Lecce, in quella zona, le opportunità sono particolarmente limitate.

Mi interessava capire se crescere all’interno di determinati confini geografici potesse significare anche avere difficoltà a immaginare qualcosa che si trova al di fuori di essi. Per me era proprio questo il cuore del progetto. Non soltanto raccontare che cosa i ragazzi desiderano diventare, ma interrogarmi su quanto siano realmente liberi di immaginare il proprio futuro.

Il futuro del progetto: Sophie Chiarello e il suo percorso dedicato alla crescita

Valerio Perrone: “Hai raccontato che Parla con Me fa parte di un dittico dedicato all’adolescenza. Come hai intenzione di proseguire questo percorso? Ci sono altre idee che vorresti sviluppare attraverso questi film?”

Sophie Chiarello: “In realtà sto già lavorando a un altro progetto che si collega a questo percorso di ricerca. È un lavoro differente, ma in qualche modo i due film si completano, perché entrambi nascono dal desiderio di osservare i ragazzi e comprendere meglio ciò che attraversano durante la crescita”.

Mi interessa molto continuare a interrogarmi sulle loro esperienze e sulle possibilità che possono nascere quando vengono offerti spazi diversi nei quali esprimersi. Questo nuovo lavoro avrà un approccio differente da quello che utilizzo abitualmente. Di solito, quando realizzo un documentario, entro in una relazione molto diretta con le persone che filmo.

“In questo caso, invece, il mio sguardo sarà maggiormente legato all’osservazione. Credo che sia un aspetto interessante del mio percorso di regista, perché permette di esplorare altre possibilità del linguaggio documentario. Poi spero di cominciare anche un altro progetto, completamente diverso da questi. Potremmo dire che, con questo percorso sulla crescita, vorrei mettere un punto.O forse un punto e virgola. Perché la crescita è un tema che mi sta molto a cuore, ma in fondo continuiamo a crescere anche quando diventiamo adulti”.

Lavorare con gli adolescenti: il segreto è imparare ad ascoltare

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Valerio Perrone: “Una delle cose che ho notato guardando Parla con Me è la naturalezza con la quale i ragazzi si esprimono davanti alla telecamera. L’adolescenza è un’età nella quale spesso ci si sente osservati o giudicati. Come sei riuscita a farli sentire liberi di essere sé stessi, senza che avvertissero la necessità di recitare una parte?”

Sophie Chiarello: “Sono contenta che tu abbia avuto questa percezione guardando il film. In realtà non so se esista davvero un metodo. Quello che sento è che gli adolescenti sono molto diffidenti nei confronti degli adulti. E non soltanto quando accendi una telecamera. A volte basta semplicemente guardarli perché si mettano sulla difensiva”.

“Questo succede soprattutto quando non sono abituati al confronto, allo scambio e a essere ascoltati realmente, sia a scuola sia all’interno delle famiglie. Mi sono resa conto che, nel momento in cui ascolti davvero una persona, accade qualcosa di speciale. Ma devi essere autenticamente coinvolto in quello che stai facendo. Non puoi essere lì soltanto perché vuoi realizzare un film”.

“Devi essere presente perché stai costruendo una relazione con un’altra persona. Quando questo accade, nasce uno scambio reale. Naturalmente anche il tempo è importante, perché ti offre delle grandi opportunità. In questo caso, però, ne abbiamo avuto relativamente poco. Il progetto iniziale era molto più ampio e prevedeva anche che i ragazzi diventassero registi, raccontando direttamente le proprie famiglie e il proprio quartiere”.

“Avremmo voluto realizzare un percorso più lungo, ma alla fine abbiamo ricevuto finanziamenti inferiori rispetto a quelli previsti dal progetto che avevamo presentato. Abbiamo quindi dovuto adattare il film alle risorse che avevamo a disposizione. Nonostante questo, siamo riusciti a costruire un percorso interessante. Uno degli aspetti centrali è stato proprio l’ascolto. Abbiamo chiesto ai ragazzi di interrogarsi su chi fossero i loro genitori quando erano adolescenti”.

“È stato molto bello osservare la loro reazione. Per alcuni di loro era la prima volta che si rendevano realmente conto del fatto che anche i propri genitori erano stati giovani. Che avevano avuto desideri, sogni e aspettative. Che prima di diventare padri e madri erano stati ragazzi come loro. È stata una presa di coscienza molto interessante. Credo quindi che non esista una tecnica particolare per ottenere spontaneità davanti alla macchina da presa. Penso piuttosto che bisogna stare autenticamente dentro alle cose perché possano nascere relazioni e scambi reali. È questo che permette alle persone di sentirsi libere di raccontarsi”.

Parla con Me e il rapporto tra genitori e figli: siamo davvero così diversi?

Valerio Perrone: Hai parlato del confronto tra generazioni e di come i ragazzi abbiano scoperto aspetti inediti dell’adolescenza dei propri genitori. Da questa esperienza hai percepito una distanza maggiore tra le due generazioni oppure hai trovato più somiglianze di quanto si potrebbe immaginare?

Sophie Chiarello: Secondo me ci sono moltissime somiglianze. E soprattutto mi sembra che esista una tendenza, da parte dei figli, a non allontanarsi troppo dalle esperienze e dai percorsi delle proprie famiglie. Non significa necessariamente ripetere esattamente quello che hanno fatto i genitori, ma portarsi dietro il loro passato, le loro storie e i loro vissuti. Io stessa ho due figli e mi rendo conto che, come genitori, probabilmente proiettiamo su di loro molte aspettative.

Forse ne abbiamo persino troppe.

Oppure, più semplicemente, le storie familiari finiscono per tracciare una strada dalla quale diventa difficile allontanarsi. È un aspetto che avevo molta voglia di osservare e raccontare. Quanto riusciamo realmente a spostarci dal percorso tracciato dalle nostre famiglie? Quanto siamo capaci di immaginarci in contesti diversi da quelli nei quali siamo cresciuti? È una cosa che secondo me accade molto meno di quanto potremmo pensare. Ed è particolarmente difficile per i giovani.

Forse oggi lo è ancora di più rispetto al passato, non lo so. Ma credo che sia davvero complicato immaginare una vita completamente diversa da quella che conosciamo. E questo ci riporta al tema delle opportunità e del contesto sociale. Se nasci in un quartiere ai margini di una città, quali possibilità hai realmente? Il quartiere nel quale abbiamo girato, per esempio, è stato considerato per anni una zona particolarmente problematica.

È separato da una grande arteria stradale e, per un ragazzino di dodici anni, non è semplice raggiungere autonomamente il centro della città. Il rischio è quello di rimanere chiusi all’interno di quel contesto. La scuola è lì, la vita quotidiana si svolge lì e spesso mancano luoghi che permettano di fare esperienze differenti. Allora dobbiamo porci una domanda.

Un ragazzo che cresce in un quartiere periferico di Lecce possiede davvero le stesse opportunità di chi nasce in una zona centrale della stessa città?

Io penso di no. E credo che questo sia un problema che riguarda molte realtà italiane. Non stiamo parlando soltanto di Lecce. Potremmo raccontare una situazione simile a Roma o in tantissime altre città. È una riflessione che va oltre il film, ma che per me è molto importante. Perché se vogliamo davvero parlare di libertà di scelta, dobbiamo interrogarci anche sulle condizioni concrete che rendono possibile quella libertà.

Parla con Me: il futuro dei giovani e le responsabilità degli adulti

Parla con me

Valerio Perrone: Il titolo è molto semplice, ma molto forte al tempo stesso: Parla con Me. Dopo aver trascorso tutto questo tempo con gli adolescenti, chi senti chi debba fare maggiormente lo sforzo di parlare? Gli adulti verso i ragazzi, o sono i ragazzi che dovrebbe cercare la forza di aprirsi di più?

Sophie Chiarello: “L’importanza del titolo è da cercare nel messaggio principale di questo progetto, ovvero quello di collaborare tutti insieme, scuola, famiglia che hanno bisogno di uscire dalla loro zona, e soprattutto i ragazzi. L’intento è quello di far conoscere loro una realtà diversa da quello alla quale sono abituati, ed il titolo richiama questo progetto al quale sono affezionata”.

“Questo piccolo film nasce da quest’idea, dalla voglia di far conoscere altro a questi ragazzi che dovranno imparare a comunicare e trovare la propria strada e scegliere un futuro migliore di quello che hanno davanti. Parla con Me ha anche aperto gli occhi a molti di loro che vogliono intraprendere la strada del cinema, cercando di diventare a stuntmen o registi, creando per loro una carriera che non sia quella che molti di loro hanno già tracciata“.

Parla con Me, un documentario che invita gli adulti ad ascoltare

Attraverso le parole di Sophie Chiarello emerge come Parla con Me sia un documentario che utilizza l’adolescenza per affrontare una riflessione più ampia sul significato della libertà, delle opportunità e dell’identità personale. Il confronto con Il Cerchio permette di riconoscere un elemento comune nel percorso della regista: la volontà di osservare il mondo dei più giovani senza imporre loro lo sguardo degli adulti.

Se nel precedente documentario il tempo rappresentava uno strumento fondamentale per accompagnare la crescita dei bambini, in Parla con Me sono soprattutto il teatro, l’ascolto e il confronto a creare le condizioni affinché i ragazzi possano raccontarsi. Ma c’è anche una dimensione sociale che attraversa l’intero progetto. La periferia di Lecce non rappresenta soltanto lo sfondo delle vicende, ma diventa parte integrante delle domande che il film pone allo spettatore.

Quanto siamo condizionati dal luogo nel quale nasciamo? Quanto le aspettative delle nostre famiglie influenzano le decisioni che prendiamo? E soprattutto, come possiamo chiedere ai ragazzi di scegliere liberamente il proprio futuro se non tutti partono dalle stesse opportunità? Sono interrogativi che Sophie Chiarello affronta senza pretendere di offrire risposte definitive.

Il suo obiettivo è piuttosto quello di costruire uno spazio nel quale gli adolescenti possano riconoscere le proprie emozioni, confrontarsi con gli altri e iniziare a immaginare possibilità differenti. Una prospettiva che emerge chiaramente anche dall’intervista. Perché, prima ancora di chiedere ai ragazzi chi vogliono diventare, forse dovremmo imparare a conoscerli e ascoltarli per ciò che sono oggi.

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