La Gioia: la recensione del film, che dà forma a desideri e illusioni spezzate

VOTO: 3,5/5

Quello che cerca di fare La gioia di Nicolangelo Gelormini è quello di non giudicare. Non assolve e non condanna: espone. E nell’atto di mostrare, rivela quanto il desiderio sia impermeabile alle norme morali e sociali, raccontando una storia ispirata a dei fatti realmente accaduti e finiti tragicamente. Il film sarà nelle sale dal 12 febbraio ed è distribuito da Vision Distribution.

La trama de La Gioia

La storia parla di Gioia (Valeria Golino), insegnante di liceo che non conosce le varie forme dell’amore, solo quella soffocante dei genitori, con cui ancora vive. In una delle sue classi c’è Alessio (Saul Nanni) ragazzo che guadagna mostrando il suo corpo per aiutare sua mamma (Jasmine Trinca) che fa la cassiera in un supermercato. Quello che si instaura fra Alessio e Gioia è un rapporto proibito, talmente fragile da essere essenziale per entrambi. L’accecante voglia però di riscattarsi da parte del ragazzo gli impedirà di conoscere a fondo la dolcezza di Gioia, fino al punto di annientarla.

I punti di forza de La Gioia

La forza de La gioia si manifesta innanzitutto attraverso un cast che lascia un’impronta duratura. Valeria Golino regala una prova di straordinaria intensità, tra le più vive e complesse della sua carriera recente; Saul Nanni conferma un carisma magnetico che cattura lo sguardo, mentre Jasmine Trinca dà corpo e spessore a una fragilità che si fa presenza scenica dirompente.

Attorno a loro, Francesco Colella e Betti Pedrazzi arricchiscono il racconto con personaggi precisi. Pedrazzi, in particolare, è memorabile nei panni di Gisella, madre iperprotettiva di Gioia, figura sospesa tra rituali domestici rassicuranti, un bollito preparato con devozione, e un cattolicesimo quotidiano che filtra dalle omelie ascoltate alla radio. Ne emerge un mosaico umano complesso, vibrante di contraddizioni.

Cosa racconta La Gioia?

Il film si insinua nello spettatore come una tragedia antica trasportata nel presente, ma senza enfasi o compiacimenti. Gelormini lavora per sottrazione, calibrando ogni immagine con rigore, affidandosi a un’idea di cinema d’autore che non cerca lo shock, ma incide lentamente, con la precisione chirurgica di un bisturi emotivo.

Lo sguardo del regista è insieme analitico e lirico. Gelormini osserva i suoi personaggi senza distacco, cercando di decifrare il senso profondo di ogni gesto. La macchina da presa si sofferma così sui dettagli apparentemente insignificanti: gli oggetti che abitano l’infanzia di Gioia, gli abiti di Carla, i corpi di Alessio che oscillano tra offerta e ritrazione. Sono frammenti che raccontano più delle parole, crepe attraverso cui filtra la verità dei personaggi.

Concludendo

Il film si muove tra cronaca e mito, tra realtà tangibile e tensione poetica. Gelormini non arretra di fronte all’abisso: lo attraversa, lo osserva, lo trasforma in racconto cinematografico. Grazie a una regia controllata e a interpretazioni di grande spessore, La gioia diventa un’esperienza che segna, che non offre conforto ma lascia ferite aperte, riaffermando il ruolo più autentico del cinema d’autore: dare forma ai nostri desideri irrisolti e alle nostre illusioni spezzate.