I telefoni dei vertici di Paramount, Warner Bros. e Apple dovrebbero stare già squillando all’impazzata e senza sosta. La notizia, anticipata da Bloomberg, ha il sapore del terremoto editoriale e creativo: allo scadere del suo contratto nel 2027, David Fincher non rinnoverà la propria collaborazione in esclusiva con Netflix. Il cineasta che più di ogni altro ha plasmato l’identità visiva e la credibilità d’autore della piattaforma si ritroverà presto senza vincoli contrattuali, trasformandosi nell’autore più desiderato dell’intera industria cinematografica.
Una svolta del genere ha sicuramente dell’imprevedibile. Nessuno si sarebbe mai immaginato una scelta del genere da parte di David Fincher e… adesso le speculazioni del caso sono tutte aperte. Perché questo abbandono? È dovuto a motivazioni personali o lavorative?
Un tesoro di progetti finiti su un binario morto
La rottura imminente con David Fincher si porta dietro pesanti strascichi per i titoli rimasti nel cantiere del colosso dello streaming. A fare le spese di questo divorzio saranno in primis i progetti in fase di sviluppo, a partire dall’attesissima serie prequel di Chinatown – scritta a quattro mani con il compianto Robert Towne – e dall’opera neo-western Bitterroot, verso cui c’era assoluta curiosità.

Cala definitivamente il sipario sulle vicende al cui centro c’era Squid Game: America, lo spin-off statunitense frettolosamente accantonato dalla dirigenza lo scorso anno per meri cambi di strategie aziendali, un brutto segnale che già anticipava l’incrinarsi dei rapporti, come riportato anche da World of Reel. Per non parlare dei tanti appassionati di Mindhunter, che vedono ora svanire ogni minima speranza per una terza stagione della serie cult di David Fincher.
A far precipitare gli eventi potrebbero forse aver contribuito le questioni recenti sulla gestione dei costi dei film imminenti di David Fincher? Sembra infatti che stia creando non poche tensioni interne l’imminente uscita in sala del lungometraggio dedicato a Cliff Booth, scritto da Quentin Tarantino, un lavoro apparentemente monumentale, nonché una sfida personale per lo stesso Fincher.
Voci di corridoio sembrano anticipare una curiosa insofferenza di Netflix di fronte a un budget di produzione schizzato oltre i 200 milioni di dollari: una cifra enorme che rende la separazione una conseguenza quasi naturale.
Un epilogo amaro, questo, per Netflix e David Fincher se si riflette un secondo sul sodalizio iniziato nell’ormai lontano 2013 con House of Cards, la produzione che ha consacrato lo streaming a livello globale, per poi proseguire con opere di rilievo come Mank e The Killer. Ma il mercato è cambiato e Fincher sembra pronto a voltare pagina per cercare nuove strade, magari proprio sul grande schermo.
Addio
L’addio tra David Fincher e Netflix chiude una delle pagine più fertili e discusse della produzione cinematografica recente. Per un decennio, la piattaforma ha garantito ad autori di primissimo piano libertà espressiva e budget considerevoli, colmando quel vuoto lasciato dai grandi studi tradizionali, sempre più focalizzati sui soliti franchise di collaudato successo commerciale, sulle storie “più sicure” e sul guadagno facile ispirato da nomea e nostalgia.
David Fincher ha rappresentato la punta di diamante di questo modello, dimostrando come il linguaggio cinematografico potesse esprimersi ai massimi livelli anche all’interno dei confini della distribuzione digitale, trovandosi concorde con gli investimenti di un colosso che gli ha dato “carta bianca” in molte sue decisioni autoriali.

Tuttavia, il graduale mutamento nelle priorità economiche delle piattaforme streaming, oggi sempre più attente al controllo dei costi e al ritorno finanziario immediato, potrebbe aver finito per limitare lo spazio di manovra dei grandi cineasti. Il divorzio tra le parti potrebbe proprio testimoniare come nemmeno i registi più affermati siano ormai immuni da queste logiche contabili. Per Fincher, il ritorno al mercato libero si prospetta come un’opportunità straordinaria per ridisegnare la propria carriera.
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