Good Boy, Jan Komasa sottolinea l’importanza del messaggio del film

Abbiamo avuto l’opportunità di vedere in anteprima Good Boy ed intervistare il regista del film, Jan Komasa. Il cineasta polacco sottolinea che è un film violento, ma che al suo interno ci sono diversi tipi di violenza, quella rappresentata da Tommy e quella che fa vedere Chris, il personaggio di Stephen Graham. La pellicola è un modo per raccontare una favola dark, questo perché difficilmente vedremo persone catturarne altre per cambiarle in modo radicale.

“Possiamo dire che questo è un film violento, nel quale ci sono diversi tipi di violenza: quella di Tommy, che è violento ma non sappiamo molto su di lui, poi c’è la violenza di Chris, più analogica. Il suo personaggio ricorda il modo di pensare degli anni 50 e 60, in cui l’educazione veniva sempre combinata con la punizione, finendo col punire per far apprendere i bambini o i ragazzi”.

“Due tipi di violenza, dunque, quella contemporanea come quella dei social e quella di Chris, creando una tensione nella quale ci si chiedere se sia possibile arrivare alla redenzione. La catena rappresenta un’allegoria del legame, è un film sul rapporto, sul creare un legame e sul ricevere attenzione. Infatti Tommy gode di tutta la libertà possibile, ma in realtà non ha attenziona da parte di nessuno. Nella casa non ha libertà, ma tutta l’attenzione concentrata su di lui, cosa che nessuno fa all’esterno. Il film è una provocazione, che ci fa chiedere; se la libertà è il valore principale o se può essere scambiata per avere un minimo di attenzione”.

Il fine giustifica i mezzi? Il finale di Good Boy ci fa riflettere

Good Boy

Komasa sottolinea come il finale è un’allegoria e che difficilmente potrebbe essere applicato alla realtà quanto abbiamo visto durante Good Boy. Alla domanda che questo metodo potrebbe essere applicato alle persone con problemi di alcool o droga, il regista polacco ha sottolineato la sua visione del film:

“Questo film è un’allegoria, non credo sia reale, perché non c’è realtà. Non l’ho mai visto come tale, non so se in realtà qualcosa possa rapire qualcun altro per rieducare una persona. Sicuramente ci sono dei metodo più efficaci. Ciò che ho preso seriamente e trattato con più serietà, è stata l’idea della perdita, perché tutti noi perdiamo qualcuno e quindi il nostro modo di affrontare e gestire la perdita, conta come le persone crescono come esseri umani. Quindi il film è una specie di metafora, ed è anche rigido come film, un po’ grottesco perché non ci sono sfumature nella struttura del film. C’è questo strano mix, tra variegato e non, ed è diverso da quello che sono abituato a fare, muovendomi nella vita reale, giocando tra redenzione e senso di colpa”.

Lo stesso Komasa, ha specificato, come provocazione, che questo film possiamo definirlo come una lettere d’amore alla tirannia. Un dare avere, scambiare la totale libertà che ha Tommy, per le piene attenzioni che gli da la famiglia di Chris. Questo è il senso di Good Boy, puntare l’accento su quanto sia fattibile lasciare qualcosa per ottenerne un’altra che manca completamente.

Il riferimento al “Grande Fratello” ed il significato del set del film

Good Boy

Komasa ha poi svelato un aneddoto particolare riguardo al set del film. Good Boy è infatti ambientato per questi tutto il tempo nella casa di Chris e Katherine, luogo diventato iconico in Polonia, perché fu il set della prima edizione del Grande Fratello del paese. La stanza nella quale è incatenato Tommy all’inizio del film, è infatti la stessa nella quale, per la prima volta, due concorrenti del Grande Fratello, hanno fatto sesso in diretta davanti alle telecamere.

Riferimenti non casuali, perché Good Boy viene spesso associato al Orwell 1984, diretto da Redford, nel quale il protagonista, quando capisce che non può sconfiggere il Grande Occhio che osserva, decide di sottostare alle regole e non opporvisi:

” La casa del film è un luogo iconico, perché è stata girata la prima del edizione del Grande Fratello e per la prima volta vi è stato fatto sesso dal vivo. La cosa interessante è stata anche collegare il film al messaggio del film diretto da Redford. Vorrei sottolineare che non si parla solo cultura violenta, ma anche di cultura trash, che sta entrando a far parte in quello che è il mainstream, parte integrante della cultura che si vede ovunque. Determinate cose, prima, le vedevamo raramente, ma con internet ed i social, vediamo spesso delle cose violente”.

Good Boy

“Siamo registi, attore, perché ci filmiamo e ci fotografiamo. Diventando parte della cultura che inizia ad essere monetizzata. Mi ricordo che in Polonia, che guardavamo all’Italia, quando c’era Berlusconi. Guardavamo il suo modo di fare, come un qualcosa di marginale ed eccessivo ed estremizzato, da noi si diceva che se un politico si sarebbe comportato così in Polonia, sarebbe finito. Invece, oggi guardate che succede, anche il nostro presidente ha dei precedenti, però non succede niente. Questo può essere paragonato anche a Tommy che fa quello gli pare impunito”.

Insomma, Komasa aveva le idee ben chiare su Good Boy e sul messaggio che voleva mandare, sottolineando che la violenza e l’esagerazione, sono all’ordine del giorno e di come si rimanga impuniti troppo spesso se si attua. Qui il trailer del film, che arriverà a breve in sala.