September 5: curiosità e retroscena del film sull’attentato alle Olimpiadi di Monaco

September 5

September 5 è uno di quei film che riescono a raccontare un evento storico già conosciuto scegliendo però un punto di vista completamente diverso. Il film diretto da Tim Fehlbaum ci riporta al 5 settembre 1972, durante le Olimpiadi di Monaco, quando un commando di Settembre Nero prese in ostaggio alcuni membri della squadra israeliana.

September 5 non racconta l’attentato dal punto di vista degli atleti, della polizia o degli attentatori. Il film resta quasi sempre all’interno della sala di controllo della ABC Sports, seguendo i giornalisti e i tecnici che, arrivati a Monaco per raccontare le Olimpiadi, si ritrovarono improvvisamente a dover gestire una delle più drammatiche dirette televisive della storia. Ed è proprio questo aspetto ad aver reso il film così particolare.

Dietro September 5 ci sono anche tantissime curiosità, dettagli nascosti e soprattutto un lavoro enorme per ricreare nel modo più realistico possibile quello che accadde dietro le quinte della televisione americana.

September 5: la nascita del progetto

September 5

Durante la preparazione di September 5, Tim Fehlbaum e gli sceneggiatori entrarono in contatto con Geoffrey Mason, il giovane produttore della ABC Sports che quel giorno si trovava realmente nella sala di controllo. Nel film Mason è interpretato da John Magaro. Fu proprio ascoltando i suoi racconti che il regista capì quale dovesse essere il vero punto di vista della storia.

Mason raccontò infatti quello che successe dietro le telecamere: la difficoltà di capire cosa stesse realmente accadendo, la necessità di verificare le informazioni, le comunicazioni con i giornalisti all’esterno e soprattutto il problema di decidere cosa mostrare oppure non mostrare in diretta. Il vero Geoffrey Mason collaborò anche alla sceneggiatura. Non come sceneggiatore, naturalmente, ma come consulente.

Gli autori gli mostrarono diverse versioni del copione di September 5 per controllare che il linguaggio utilizzato nella sala di controllo e le procedure televisive fossero credibili. Ed è grazie anche a lui se nel film sentiamo, per esempio, chiamare il satellite “The Bird”.Non è un’invenzione cinematografica. Era realmente uno dei termini utilizzati dagli operatori televisivi per indicare il satellite attraverso cui venivano trasmesse le immagini.

La difficoltà di andare in diretta da ogni parte del mondo

Oggi siamo abituati alle dirette immediate da qualsiasi parte del mondo. Nel 1972, invece, ottenere uno spazio satellitare per trasmettere negli Stati Uniti era una vera operazione tecnica e logistica. Ed è anche questo uno degli elementi che crea tensione in September 5.

Un altro dettaglio interessante riguarda la durata reale degli eventi. Nel film sembra che tutto accada in pochissimo tempo. In realtà la crisi durò circa 22 ore. Ovviamente era impossibile raccontare ventidue ore in un film di circa un’ora e mezza. Per questo Fehlbaum e gli sceneggiatori compressero molti eventi, unendo situazioni e responsabilità che nella realtà erano distribuite tra diverse persone.

Ed è proprio qui che entra in gioco un altro personaggio importante: Marianne, interpretata da Leonie Benesch. Marianne non corrisponde a una singola persona realmente esistita. È un personaggio composito, creato dagli sceneggiatori di September 5 mettendo insieme esperienze e funzioni di diverse persone presenti quel giorno. E proprio per rendere più autentico il suo ruolo, durante la preparazione del film venne fatta una scelta piuttosto particolare.

La scelta di “allontanare” Leonie Benesch dal set di September 5

Marianne entra nella squadra della ABC come una sorta di outsider: è tedesca, lavora con gli americani e inizialmente non fa realmente parte del gruppo. Per creare quella stessa sensazione anche sul set, Leonie Benesch venne volutamente tenuta lontana da alcuni incontri di preparazione con gli altri attori.

In questo modo, quando iniziò a girare, quella sensazione di estraneità era in parte reale. Ma la vera ossessione della produzione di September 5 fu soprattutto la sala di controllo. Quella originale della ABC non esisteva più nelle condizioni del 1972 e quindi venne praticamente ricostruita da zero.

Lo scenografo Julian Wagner e la sua squadra studiarono fotografie, planimetrie, vecchi cataloghi e materiale d’archivio. Soprattutto iniziarono una vera caccia alle apparecchiature televisive degli anni Settanta. Molti degli strumenti utilizzati nel film vennero recuperati da magazzini televisivi, collezioni private e musei sparsi in Europa. E la cosa più incredibile è che buona parte di quelle apparecchiature non era soltanto decorativa. Funzionava davvero.

La realtà dietro la scenografia di September 5

September 5

Monitor, telefoni, cuffie, walkie-talkie e diversi strumenti della sala di controllo vennero restaurati in modo che gli attori potessero usarli realmente durante le riprese. Questo significa che John Magaro e gli altri interpreti non stavano semplicemente fingendo di premere pulsanti su una console. In molti casi stavano davvero utilizzando le apparecchiature.

E anche i monitor presenti nella stanza mostravano realmente le immagini che vediamo nel film. Gli attori quindi non dovevano immaginare quello che sarebbe stato aggiunto successivamente con gli effetti visivi. Potevano reagire direttamente ai filmati che scorrevano davanti a loro.

Questo contribuì moltissimo al realismo delle interpretazioni. John Magaro, poi, si preparò in maniera molto approfondita. Per interpretare Geoffrey Mason trascorse settimane osservando il funzionamento delle moderne regie sportive e studiando il modo in cui produttori e registi comunicano durante una diretta.

Arrivò persino a esercitarsi a casa guardando eventi sportivi e provando a “dirigere” mentalmente la trasmissione, decidendo quale telecamera utilizzare e quando cambiare inquadratura. E qui troviamo anche una delle coincidenze più curiose del film. John Magaro aveva già lavorato in una produzione dedicata all’attentato di Monaco. Quasi vent’anni prima di September 5, infatti, era apparso in Munich di Steven Spielberg, il film del 2005 dedicato alle conseguenze dell’attentato. Per Magaro fu uno dei primi lavori nel mondo del cinema.

Quando la realtà supera la funzione sul set

Anche il modo in cui venne costruito il set contribuì alla tensione. Normalmente le scenografie cinematografiche hanno pareti removibili, che possono essere spostate per permettere alla macchina da presa e alla troupe di muoversi più facilmente. Qui invece si decise di costruire l’ambiente quasi come una vera sala operativa.

Gli spazi erano stretti, le telecamere dovevano muoversi tra gli attori e la sensazione di claustrofobia che vediamo nel film era quindi in parte reale. C’è addirittura un altro dettaglio. Secondo i ricordi di Geoffrey Mason, durante quelle ore del 1972 nella sala di controllo faceva molto caldo. Per replicare quella sensazione, durante alcune riprese la produzione arrivò a spegnere l’aria condizionata sul set.

Il sudore che vediamo sui volti degli attori, quindi, in certi momenti non è semplicemente trucco. Il film venne girato principalmente ai Bavaria Studios di Monaco. Le riprese durarono poco più di un mese e gran parte del lavoro venne realizzato proprio all’interno della ricostruzione della sala ABC.

Ma una delle cose più riuscite di September 5 è probabilmente il modo in cui mescola filmati autentici e immagini ricreate. Guardando il film diventa spesso difficile capire cosa appartenga veramente al 1972 e cosa invece sia stato girato oggi. Alcune immagini sono realmente d’archivio. Altre sono state ricostruite e poi trattate per sembrare materiale televisivo dell’epoca. Persino alcune sequenze che sembrano assolutamente autentiche sono in realtà ricostruzioni. Una cosa, però, il regista non voleva ricrearla. Jim McKay.

La scelta di tenere il vero Jim McKay nella pellicola

Il celebre giornalista della ABC che raccontò gli eventi al pubblico americano non viene interpretato da un attore. Quando lo vediamo sui monitor della sala di controllo stiamo guardando realmente Jim McKay durante la trasmissione del 1972. Fehlbaum considerava quelle immagini praticamente impossibili da replicare.

Sul volto di McKay si vede infatti il progressivo cambiamento della situazione: dall’incertezza iniziale fino alla consapevolezza della tragedia. Ed è proprio questa autenticità che permette al film di unire continuamente cinema e documento storico.Anche la fotografia è stata studiata per aumentare la tensione senza che lo spettatore se ne renda conto.

Il direttore della fotografia Markus Förderer utilizzò ottiche e formati differenti a seconda del momento della storia. Durante le scene più tese cambia gradualmente anche la percezione dello spazio.Persino il leggerissimo tremolio delle luci e dei monitor venne studiato per rendere alcune sequenze inconsciamente più disturbanti.

Un dilemma che ancora oggi è senza risposta

L’aspetto più interessante di September 5 riguarda quello che il film racconta sul giornalismo. Quel giorno la televisione si trovò davanti a problemi che oggi conosciamo molto bene. Quanto si può mostrare durante una diretta? Quando una notizia è abbastanza verificata da poter essere trasmessa? Essere i primi è più importante che essere corretti?

E soprattutto: una telecamera può diventare involontariamente parte dell’evento che sta raccontando? Durante la crisi, infatti, gli attentatori potevano potenzialmente vedere in televisione quello che le forze dell’ordine stavano facendo all’esterno. Un problema enorme. E incredibilmente moderno.

Perché se nel 1972 tutto questo riguardava poche grandi televisioni, oggi chiunque può trasmettere immagini in tempo reale attraverso uno smartphone. Ed è forse proprio questa la forza principale di September 5. Non racconta soltanto l’attentato alle Olimpiadi di Monaco. Racconta il momento in cui la televisione si rese conto che trasmettere la realtà in diretta significa anche assumersi la responsabilità di decidere quale realtà mostrare. Ed è una domanda che, più di cinquant’anni dopo, continua a essere estremamente attuale.

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