Hangar Rosso: la nostra intervista al regista Juan Pablo Sallato in occasione del Biografilm

Hangar Rosso - Juan Pablo Sallato

Durante la presentazione del proprio film, L’Hangar Rosso al Biografilm che si sta svolgendo in questi giorni e grazie anche ad IWonder, abbiamo avuto l’opportunità di intervistare il regista cileno Juan Pablo Sallato che ha voluto mettere in scena una storia poca conosciuta, ma che ha colpito nel profondo il Cile, durante il Golpe di Stato del 1973.

Il è ambientato nel Cile, 11 settembre 1973, colpo di stato militare. Il capitano Jorge Silva, ex capo dell’intelligence dell’Aeronautica, viene incaricato di trasformare l’Accademia in cui sta addestrando i giovani cadetti in un centro di detenzione e tortura. Mentre gli hangar si riempiono di prigionieri e la repressione diventa sempre più brutale, Silva si ritrova a un bivio: obbedire agli ordini e appoggiare il nuovo regime, o disobbedire e aiutare chi lotta per sopravvivere?

Ecco la nostra intervista, in esclusiva, al regista de L’Hangar Rosso, Juan Pablo Sallato

L'Hangar Rosso - Juan Pablo Sallato

Ispirato a fatti realmente accaduti e girato con stile asciutto e preciso, L’Hangar Rosso è un thriller politico teso e avvincente, un dramma umano di straordinaria intensità che esplora il conflitto morale di uomini intrappolati negli ingranaggi del potere nel momento in cui la Storia li costringe a scegliere da che parte stare. Juano Pablo Sallato ci ha raccontato com’è nata l’idea di realizzare il film e ci ha svelato alcuni dettagli interessanti e retroscena su L’Hangar Rosso, rispondendo alle nostre domande.

1 – Sappiamo che il film nasce dal libro autobiografico “Disparen a la Bandada” di Fernando Villagrán. Qual è stata la sfida più grande nel trasformare una testimonianza reale in un thriller politico capace di coinvolgere emotivamente il pubblico senza tradire la verità dei fatti?

Juan Pablo Sallato “Si, il film è basato su un libro che parla degli ufficiali e dei sottoufficiali dell’aeronautica cilena che non obbedirono agli ordini quando venne perpetrato il golpe del 1973. Parla anche della storia di Fernando Villagran, che appare anche nel film, lui è stato uno dei ragazzi che venne salvato da Jorge Silva”.

“Abbiamo lavorato insieme a Villagran per fare delle ricerche che sono state alla base della pellicola e selezionarle, per porre al pubblico il dilemma morale ed etico che si pone Jorge Silva, sia come persona che come militare. Questo è un punto di vista inedito, sia per la dittatura cilena, sia per il cinema cileno, per quello che abbiamo visto fino ad oggi, anche per il cinema dell’America Latina. Dunque abbiamo usato questo strumento per riproporre un tempo ricorrente ancora oggi: ricordare e non dimenticare quello che può succedere sotto regimi autoritari e quali sono state le barbarie che hanno fatto questi regimi. Questo è stato un lavoro che ha richiesto molti anni, soprattutto grazie alla collaborazione dello sceneggiatore”.

2 – L’Hangar Rosso è un film sulla scelta e sul senso di libertà. Quanto racconta del momento storico attuale della politica mondiale?

J. P. S. – “Effettivamente abbiamo presentato il film alla Berlinale ed altri paesi. In tutti ci siamo resi conto che il tema dialoga con i tempi attuali. Questo perché Hangar Rosso parla di diritti internazionali che sono all’ordine del giorno e vengono messi in discussione. Questo è un tempo dove le menzogne e le fake news sono all’ordine del giorno. E’ importante riproporre questo argomento in questo tempo, ma il film punta a far pensare lo spettatore, in questo caso in Cile nel 73, ma questo discorso vale per altri regimi”.

L'Hangar Rosso

3 – Perché ha deciso di utilizzare il bianco e nero per raccontare questa parte tragica della storia del Cile?

J. P. S – “Ci sono varie ragioni sul motivo dell’utilizzo del bianco e nero in Hangar Rosso. Nel primo passaggio dal libro di Villagran, spiega che il giorno dopo il golpe, andò a visitare il palazzo centrale del governo, La Moneda, che era ridotto in cenere. Nel suo libro descriveva Santiago del Chile come se fosse in bianco e nero, e per questo ho deciso che il mio film sarebbe stato realizzato così. L’altra è puramente artistica, io vengo dall’Accademia d’arte e volevo un film espressionista, con una scelta grafica visiva che restituisse al pubblico il conflitto morale interno del protagonista. Il tutto nasce da questa necessità di ricreare il conflitto”.

4 – Quanto è stato difficile scrivere un personaggio così profondo come il Capitano Jorge Silva: mettendo in scena la sua battaglia tra obbedienza e coscienza?

J. P. S. – “Abbiamo avuto la fortuna di parlare con Jorge Silva in carne ed ossa e ci ha raccontato in prima persona cosa ha vissuto lui l’11 settembre del ’73 . Il personaggio attinge a lui e per ottenere questo risultato abbiamo lavorato anni. Per ottenere l’effetto thriller e far trasparire tutta la drammaticità degli eventi, abbiamo selezionato ed eliminato tutti gli elementi di distrazioni concentrandoci sul fulcro di Hangar Rosso, ovvero il crollo morale e totale che c’è stato all’interno del paese. L’aspetto più difficile è stato il mondo dei militari, dalle gerarchia ad altro, così come i costumi e la fotografia per ricreare l’effetto dell’epoca”.

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