Primetime recensione: quando il male diventa uno spettacolo morboso

Ritaglio da un poster di Primetime

Fino a che punto può spingersi la televisione per creare intrattenimento e portare il maggior numero di persone possibile davanti allo schermo? È proprio questa una delle riflessioni più interessanti e più sottili di Primetime, nuovo film con al centro Robert Pattinson, diretto da Lance Oppenheim, qui alla sua prima regia di un lungometraggio al cinema. Il valore delle immagini a contatto con una realtà molto forte, il messaggio, il magnetismo e soprattutto lo spettacolo. Il grande pubblico e la sua fame di intrattenimento e stimoli visivi, di pari passo a una danza macabra e assolutamente discutibile di mostri che diventano la “normalità” del nostro quotidiano.

Le immagini di Primetime prendono la loro ispirazione nell’articolo, pubblicato nel 2007 su Esquire, Tonight on Dateline This Man Will Die, firmato da Luke Dittrich, e ci raccontano sul grande schermo di uno show televisivo americano realmente esistito: To Catch a Predator. La realtà e il cinema, quindi, in un incontro fra le pieghe più oscure e assurde della nostra modernità.

Come la comunicazione più casalinga diventa veicolo di storie realmente accadute e filmate con perizia di dettagli, anche Primetime spinge gli spettatori in sala a farsi un esame di coscienza profondo, soppesando la curiosità nei confronti del male, inteso in senso assoluto, con l’impatto che uno sguardo del genere ha inevitabilmente su chi sta voracemente guardando e assorbendo dal piccolo schermo.

Le conseguenze di uno show forte ma attraente

Come anticipato, Primetime parte da un reale costrutto televisivo e dalla sua fama, per poi entrare nella vita stessa di coloro che ci hanno lavorato. Questo dà modo sia di farsi un’idea sulle dinamiche principali di To Catch a Predator, il nome del programma in questione, che sulle persone dietro a uno show sicuramente controverso in tante sue dinamiche. Robert Pattinson indossa i panni di un Chris Hansen sospeso continuamente fra la carriera, vuole sfondare a ogni costo, e la propria vita personale e sentimentale.

Skyler Gisondo in una scena di Primetime.
Credit: Courtesy of A24.

La costruzione del protagonista di Primetime è il fulcro focale di un lungometraggio che prende una sfumatura del male umano e decide di farne uno spettacolo televisivo in cui lo stesso Hansen, con il suo team, “cacciava” questi pedofili cogliendoli in trappole televisive in diretta. Una costruzione inusuale per una sorta di pseudo-reality/documentario che portava mostri di ogni sorta, veri, nelle case degli americani.

Primetime non si limita a raccontare di questo programma televisivo, giocando con l’umano dietro di esso, e con le conseguenze di un “gioco all’intrattenimento” pure sregolato e difficile da prevedere e contenere nei ranghi del linguaggio più semplicemente televisivo.

Interesse morboso

Uno dei punti di forza di Primetime risiede nel modo in cui affronta il materiale narrativo al suo centro, aprendo una discussione non soltanto sui limiti morali della televisione stessa, ma anche sul pubblico che guarda da casa propria. L’interesse morboso nei confronti delle spire più nere del nostro attuale non ha nulla di nuovo, ma si sposa perfettamente con quei lavori che portano direttamente i mostri sul piccolo schermo. Pubblico e tv presi in esame in un rapporto non sempre sanissimo ma comunque fondamentale nel cambiamento dei gusti culturali attuali.

Primetime prende un contesto creativo difficile da etichettare e comprendere al cento per cento, come quello di To Catch a Predator, e ne estremizza il linguaggio più basilare traslandolo attraverso la verve di un regista che, pur essendo al suo esordio cinematografico, riesce a lasciare il segno in ogni singola inquadratura che dirige. Questo è un altro punto a favore del lungometraggio con Robert Pattinson, di un lavoro che immerge il pubblico in sala in scelte stilistiche precise, in termini di composizione e fotografia, ampliando il senso di isolamento e soffocamento durante l’intera durata del racconto.

Robert Pattinson in una scena di Primetime.
Credit: Courtesy of A24.

Fra inquadrature cromaticamente esasperate, primi e primissimi piani e un elogio continuo all’analogico di un tempo che ci sembra lontanissimo dal nostro presente, Primetime trasporta all’interno di un contesto che è sempre umanissimo e sospeso, riflessivo su di sé e sugli altri in termini di sentimenti e morale comunemente condivisa, o meno.

I personaggi di Primetime sono rotti. Il protagonista, in primis, è spezzato nel profondo dal modo in cui vuole osservare e assorbire la realtà che lo circonda, e la realtà effettiva della propria esistenza (questa è stata un’ennesima prova di assoluto talento per Pattinson, trasformatosi per il ruolo). Ma anche coloro che lo circondano devono sempre fare i conti con sé stessi e la propria identità a contatto con un lavoro che consuma.

A tutto ciò bisogna aggiungere il “velo del reale”, l’ispirazione alla base di un Primetime che attinge dalla realtà conosciuta. Se si riflette sull’impatto che una storia come questa potrebbe avere sul pubblico, emergono fin da subito tutti i dubbi e le domande relative alla stessa storia della televisione americana. Il lungometraggio di Oppenheim non fa troppi sconti a nessuno, tagliando a metà tutte le personalità coinvolte in un racconto che guarda all’intrattenimento contemporaneo e moderno, ma anche al pubblico che continua a guardare e consumare le immagini, sempre e morbosamente.

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Recensione – Pro & Contro

Voto ★★★★☆

PRO

  • Primetime è un esordio cinematografico caratterizzato da scelte stilistiche precise, fotografia ricercata e inquadrature cromaticamente esasperate.
  • L’interpretazione di Robert Pattinson è magnetica e trasformista.
  • La materia narrativa di Primetime è complessa e affronta molti livelli, dalla televisione al pubblico, fino alle conseguenze morali dell’intrattenimento.

CONTRO

  • Alcuni momenti rallentano il ritmo generale… forse troppo.