Naza, recensione: lo sconvolgente documentario su Gaza

NAZA

Ci sono opere cinematografiche che non nascono per intrattenere, ma per scuotere le coscienze. Naza è una di queste: un documentario d’inchiesta necessario, visceralmente potente e impossibile da ignorare, che porta sullo schermo la realtà del conflitto da una prospettiva spietatamente inedita. Diretto da Yuval Abraham e Rachel Szor con la produzione esecutiva di Jonathan Glazer, il film è una testimonianza che lascia un segno profondo e indelebile.

Un’opera necessaria: perché non possiamo girarci dall’altra parte

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Ci sono film che si guardano per intrattenimento e altri che si subiscono come un dovere morale. Naza appartiene indiscutibilmente a questa seconda categoria. È un documentario duro, denso, a tratti insostenibile per la gravità di ciò che racconta, ma è proprio per questo che deve essere visto da tutti.

Di fronte a un’opera del genere non è ammissibile voltarsi dall’altra parte o cedere all’indifferenza: Naza (acronimo che rimanda alla formula militare ebraica per “danno collaterale”, come spiegato dai testimoni nel documentario stesso) ti costringe a guardare negli occhi una realtà che la burocrazia della guerra cerca in tutti i modi di anestetizzare.

Incollati allo schermo dentro il buio e le ombre

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La scelta stilistica dei registi Yuval Abraham e Rachel Szor è estrema: per oltre tre anni hanno raccolto le confessioni di ex soldati e analisti dell’intelligence israeliana sui tetti di Tel Aviv, di notte. Sullo schermo non ci sono scene d’azione o immagini ad effetto, ma solo profili oscurati e sagome d’ombra.

Eppure, il risultato è spaventoso: anche se l’inquadratura è quasi costantemente al buio e a parlare sono solo voci e testimoni, il film ti tiene letteralmente incollato alla poltrona. La tensione visiva ed emotiva è così alta che ti ritrovi proiettato direttamente dentro al racconto, come se stessi vivendo in prima persona quei momenti di lucida e spietata consapevolezza (La stessa dimostrata, non troppo tempo fa, da Susan Saradon).

La freddezza della guerra moderna e l’eco de “La zona d’interesse”

Prodotto da Jonathan Glazer e accompagnato dai suoni inquietanti firmati da Mica Levi, il documentario mostra la raggelante meccanizzazione del conflitto, dove algoritmi e intelligenza artificiale selezionano i bersagli a distanza di sicurezza.

Come già accadeva in La zona d’interesse, la violenza non viene mostrata in modo spettacolare, ma proprio questa assenza visiva, unita alla voce narrante di chi ha premuto quei tasti, rende l’orrore ancora più tangibile e soffocante.

Il finale devastante: “Cosa sono io?”

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Se durante la visione la tensione visiva ed emotiva si taglia con il coltello, è verso la fine che il documentario sferra il suo colpo definitivo. Tra le tante testimonianze riprese al buio, ce n’è una in particolare che risuona come un verdetto agghiacciante. È la voce di uno dei soldati intervistati che, sopraffatto dal peso delle proprie azioni, pronuncia una frase che condensa tutto il dramma morale del film:

“Penso ancora che i nazisti siano il male, ma allora mi chiedo: cosa sono io?”

Un corto circuito etico spaventoso, in cui chi è stato educato a riconoscere il male assoluto nella storia si rende improvvisamente conto di esserne diventato l’ingranaggio nel presente.

Un silenzio mai sentito prima in sala

Quando i crediti iniziano a scorrere e si spengono le luci, accade qualcosa di raro: la sala cade in un silenzio mai visto prima con nessun’altra pellicola. Un silenzio assordante, privo di brusii, commenti o persino dei soliti movimenti di chi si alza in fretta. Un vuoto pesante, di quelli che ti accompagnano ben oltre l’uscita dal cinema e ti costringono a riflettere a lungo su ciò a cui hai appena assistito.

Non ci sono applausi immediati, non ci sono i rumori di chi si affretta a raccogliere le proprie cose. C’è solo un vuoto pesante, assordante, uno spazio in cui ciascuno spettatore resta immobile al buio, costretto a fare i conti con quella domanda e a riflettere su ciò a cui ha appena assistito.

Naza non è solo un documentario: è un’esperienza umana e cinematografica da cui si esce inevitabilmente cambiati. Il nostro consiglio è quello di correre in sala a vederlo.

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Recensione – Pro & Contro

Voto ★★★★★

PRO

  • Un documentario necessario per far capire cosa sta accadendo a Gaza

CONTRO

  • Non per tutti, l'estetica minimale può risultare monotona