La regista di Palestina 36 si racconta ai microfoni di Ciak e Azione in un’intervista realizzata da Federica Manno. Dal rapporto tra passato e presente alle difficoltà delle riprese, fino al valore della memoria, della collettività e della resistenza attraverso il cinema.
Raccontare la storia di un popolo significa anche restituire spazio a ciò che rischia di essere dimenticato: la quotidianità, le relazioni familiari, le aspirazioni personali e le scelte che possono cambiare per sempre il destino degli individui. È da questa prospettiva che nasce Palestina 36 – Quando tutto ebbe inizio, il film diretto da Anne Marie Jasir, ambientato durante la rivolta araba del 1936 contro il dominio britannico in Palestina.

Attraverso una narrazione corale, la regista ricostruisce un momento decisivo della storia palestinese, intrecciando le vicende di numerosi personaggi con immagini d’archivio e testimonianze di un passato che, secondo la cineasta, continua a trovare inquietanti corrispondenze nel presente. La realizzazione del film è stata inoltre segnata da difficoltà eccezionali. Gli eventi successivi all’ottobre 2023 hanno costretto la produzione a interrompere ripetutamente le riprese, mettendo a rischio il completamento del progetto.
In occasione del film, Federica Manno ha intervistato Anne Marie Jasir, affrontando i principali temi dell’opera: il peso della Storia, l’importanza della comunità, il rapporto tra finzione e documentazione storica e il significato di raccontare la Palestina attraverso il cinema.
Palestina 36: il rapporto tra passato e presente

Federica Manno: “Guardando Palestina 36 oggi, è impossibile non riconoscere numerosi echi del presente. Come regista, in che modo ti sei avvicinata a questa potentissima sovrapposizione tra passato e presente, senza perdere di vista il periodo storico che stiamo vivendo?”
Anne Marie Jasir:
“È stato un processo molto interessante, ma anche profondamente inquietante. Sapevo già che il sistema di occupazione istituito dagli inglesi in Palestina presentava molte somiglianze con quello utilizzato oggi dagli israeliani, che lo hanno portato a un livello ulteriore. Ma più andavo avanti con le ricerche, più avevo la sensazione che il passato fosse incredibilmente vicino. Approfondendo gli studi accademici e consultando gli archivi storici, la distanza tra ciò che accadeva nel 1936 e quello che succede oggi sembrava diventare sempre più piccola”.
La regista ha poi continuato:
“È stato qualcosa di inquietante e deprimente, perché improvvisamente mi sono resa conto che il 1936 non sembrava affatto così lontano. Continuavo a chiedermi cosa fosse realmente cambiato. Alcune cose che, quando ho iniziato a scrivere il film circa dieci anni fa, sembravano appartenere al passato, oggi sono tornate a manifestarsi. Penso, ad esempio, alle restrizioni riguardanti la bandiera palestinese, ai divieti imposti ai giornali e ad altre forme di repressione. Continuavo a cercare le differenze tra quei due momenti storici, ma non riuscivo a trovarle. Ed è stato uno degli aspetti più sconvolgenti di tutto questo lavoro“.
Le difficoltà sul set di Palestina 36 dopo ottobre 2023

Federica Manno: La realizzazione di Palestina 36 è stata profondamente influenzata dagli eventi iniziati nell’ottobre 2023. C’è stato un momento in cui ti sei chiesta se saresti effettivamente riuscita a portare a termine il film?
Anne Marie Jasir: Sì, moltissime volte. La prima volta abbiamo perso praticamente tutto. Avevamo costruito un intero villaggio, preparato i veicoli e realizzato tutto ciò che era necessario per le riprese. Abbiamo perso quel lavoro e siamo stati costretti a ricostruire ogni cosa, ripartendo da zero. Poi, quando eravamo finalmente pronti a ricominciare, la situazione si è ulteriormente complicata a livello regionale e abbiamo dovuto interrompere nuovamente le riprese.
Durante uno dei nostri tentativi di riprendere il lavoro ci siamo ritrovati ad affrontare un’altra escalation militare, proprio mentre stavamo cercando di ricominciare. Ogni volta che eravamo pronti a girare, accadeva qualcosa che ci costringeva a fermarci. Alla fine abbiamo dovuto interrompere e ricominciare la produzione quattro volte per riuscire a completare il film. La sensazione era quella di cercare disperatamente di tenere in piedi una casa.
Immagina di aver costruito una casa e di cercare di mantenerla in piedi. Improvvisamente cade una porta e tutti corrono a ripararla. Poi crolla una finestra e bisogna sistemare anche quella. Subito dopo cede il tetto. Eravamo tutti impegnati a correre da una parte all’altra, cercando di impedire che tutto andasse definitivamente in pezzi. Già all’inizio realizzare un film di questo tipo in Palestina sembrava un’idea folle. Poi la situazione è diventata sempre più difficile. Ma adesso, guardando il risultato finale, sento che quella casa esiste. L’abbiamo costruita. Forse non assomiglia esattamente a come l’avevamo immaginata nel progetto originale, ma è lì. Ed è questo ciò che conta.
Una storia senza un unico eroe: il valore della collettività

Federica Manno: Il film segue molti personaggi e prospettive differenti, anziché concentrarsi su un unico protagonista. Perché era importante per te raccontare questa storia attraverso una gamma così ampia di persone?
Anne Marie Jasir:
“Non volevo realizzare un film con un unico eroe. Palestina 36 racconta una rivolta, la nostra prima grande rivolta popolare di massa. Doveva quindi essere la storia del popolo palestinese, non quella di un singolo individuo. Per questo motivo avevo bisogno di raccontare tante persone differenti, con le loro esperienze e i loro punti di vista”.
“Non volevo seguire quella struttura narrativa nella quale esiste un protagonista che diventa l’eroe della storia. È un modo molto hollywoodiano di raccontare le vicende: bisogna sempre avere un eroe. Ma io non volevo questo. Per me, e per la nostra società, la dimensione collettiva è fondamentale. La comunità è importante e non rappresenta affatto una debolezza. Al contrario, è la nostra forza”.
“Ci sono molte culture nel mondo che condividono questa visione. La logica dell’impero è invece completamente diversa. Il colonialismo britannico cercava di colpire proprio questa dimensione collettiva, anche attraverso le punizioni imposte a intere comunità. Avevano compreso che, per indebolire una società fondata sui legami comunitari, non bastava colpire il singolo individuo. Bisognava colpire il collettivo. Per questo volevo che anche la struttura del film rispecchiasse questa idea”.
La collettività è il nostro potere. E volevo che questo fosse evidente non soltanto nella storia raccontata, ma anche nel modo stesso in cui il film è costruito.
Yusuf, Gerusalemme e la possibilità di scegliere il proprio destino

Federica Manno: Yusuf è un personaggio giovane, costantemente in movimento tra mondi differenti: la campagna e Gerusalemme, e tra realtà sociali e politiche molto diverse. Che cosa volevi raccontare attraverso il suo viaggio?
Anne Marie Jasir:
“Mio padre si chiama Yusuf ed è nato proprio nel 1936. Per me quel periodo rappresenta anche un momento di grande libertà e possibilità, soprattutto per i giovani. Negli anni Trenta potevi lasciare il tuo villaggio, decidere di non vivere necessariamente nello stesso luogo in cui era cresciuta la tua famiglia. Non eri obbligato a fare ciò che avevano fatto i tuoi genitori. Potevi diventare qualcun altro. Era un momento molto moderno, pieno di possibilità”.
“Ed è proprio questo che volevo raccontare attraverso Yusuf. Lui desidera trasferirsi a Gerusalemme. È affascinato dalla città, dalle opportunità che offre e da tutto ciò che vede. Sente che potrebbe costruirsi una vita completamente diversa. C’è qualcosa di molto emozionante in questa possibilità. Ma a volte la Storia ci colpisce improvvisamente in faccia. La vita non va sempre nella direzione che vorremmo. Yusuf vorrebbe andarsene dal proprio villaggio, lasciarsi alle spalle quel mondo e diventare qualcosa di diverso”.
Poi, però, si trova davanti a una scelta. Può continuare a inseguire il proprio desiderio di partire oppure diventare qualcuno che protegge il villaggio dal quale voleva allontanarsi. Ed è proprio questo il punto centrale del suo percorso. In realtà, tutti i personaggi del film si trovano ad affrontare un momento decisivo. Ognuno di loro deve compiere una scelta che determinerà il resto della sua vita.
“Se dovessi riassumere Palestina 36 in una sola frase, direi che racconta un gruppo di palestinesi che si trovano davanti a un momento di scelta e devono decidere cosa fare“.
Palestina 36 e le immagini d’archivio: il passato torna a vivere
Federica Manno: Ho trovato particolarmente interessante il modo in cui combini le storie di finzione con il materiale d’archivio. Come hai deciso quando utilizzare queste storie e quando invece fosse più potente lasciare che fossero i documenti storici a parlare da soli?
Anne Marie Jasir:
“Le immagini storiche che abbiamo utilizzato provenivano dai cinegiornali britannici dell’epoca ed erano naturalmente in bianco e nero. Volevo assolutamente inserirle nel film, ma non desideravo utilizzarle come semplici filmati di repertorio. Non volevo che apparissero come immagini lontane, appartenenti a un passato ormai concluso”.
“Desideravo che facessero parte della storia, del mondo dei personaggi e della vita stessa del film. Per questo motivo abbiamo deciso di colorarle. Volevo che quelle immagini si integrassero completamente con la narrazione. Durante il lavoro sono diventata quasi ossessionata dagli archivi storici. Continuavo a cercare nuove immagini, nuovi materiali, nuove testimonianze. Avrei voluto utilizzarne molti di più, ma il processo di restauro e colorazione era estremamente costoso”.
Quegli archivi, però, mi hanno restituito qualcosa di molto importante. Molti dei luoghi che vediamo nei filmati oggi non esistono più. Sono stati distrutti. E molte delle persone che compaiono in quelle immagini sono diventate rifugiate nel 1948. Non vivono più nei luoghi nei quali erano state riprese. Non si trovano più su quella terra. Questa consapevolezza ha reso il materiale ancora più significativo.
“Non volevo che lo spettatore percepisse quelle immagini come una pausa nella narrazione, quasi un promemoria del fatto che stesse guardando qualcosa appartenente al passato. Volevo che il passato continuasse a muoversi insieme al film. Le immagini d’archivio restituiscono vita a quel mondo. Che cosa vede Yusuf quando arriva a Gerusalemme? Che cosa vedono gli altri personaggi quando si trovano in mezzo a una manifestazione, circondati dalla folla? Grazie a quei materiali possiamo mostrare una realtà che esisteva davvero. Ed è proprio questo che volevo ottenere”.
La quotidianità e i rapporti familiari: «Non è davvero un film di guerra»

Federica Manno: Nonostante la forte dimensione politica e sociale del film, ci sono molti momenti intimi: relazioni personali, gesti di vita familiare e silenzi. Quanto era importante per te mostrare la quotidianità delle persone, anziché raccontare la storia soltanto attraverso i grandi eventi politici?
Anne Marie Jasir:
“Era estremamente importante. Ed è anche uno dei motivi per cui ho scelto di partire dagli anni Trenta. La nostra storia non inizia con la distruzione. Esisteva una vita prima della distruzione. C’erano famiglie, relazioni, comunità, persone che avevano sogni e desideri. Non volevo che il racconto della Palestina iniziasse soltanto dal momento della sua tragedia. Sono sempre stata interessata all’intimità, ai piccoli momenti, alle relazioni umane”.
“Qualcuno potrebbe definire Palestina 36 un film di guerra, ma per me non lo è davvero. Non ci sono grandi battaglie spettacolari. Non sono quelle le scene che mi interessano maggiormente. Mi interessano i piccoli momenti. Penso, ad esempio, alla conversazione tra la nonna e la nipote. È una delle mie parti preferite del film. Oppure al rapporto tra un padre e suo figlio”.
“Questo padre, che è un sacerdote, cerca di insegnare al bambino che cosa significhi resistere. Poi il ragazzo assiste a qualcosa di terribile. E allora mi chiedo: che cosa pretendiamo che i bambini siano in grado di sopportare? Che cosa chiediamo loro di affrontare? Ci sono scene nelle quali i personaggi stanno semplicemente tornando a casa, ma vengono fermati e umiliati dai soldati britannici. Per me sono questi i momenti più interessanti e significativi. Tutto questo accade all’interno di un contesto politico molto più ampio, naturalmente”.
“Ma è il modo in cui gli eventi storici entrano nella vita quotidiana delle persone che mi interessa raccontare. Penso anche alla relazione tra un marito e una moglie che, progressivamente, sviluppano convinzioni politiche sempre più distanti. Che cosa accade a una coppia quando due persone iniziano a vedere il mondo in maniera completamente diversa? Che cosa succede al loro rapporto? Sono queste le storie che volevo raccontare”.
“Naturalmente, penso che esistano moltissime altre vicende legate al 1936 che meriterebbero di essere portate sullo schermo. Spero davvero che vengano realizzati altri cinquanta film su quel periodo. Dovrebbero essercene molti di più. Il mio è soltanto uno dei possibili racconti”.
Il messaggio di Palestina 36 e il valore universale del cinema

Federica Manno: Per concludere, se qualcuno entrasse in un cinema sapendo ben poco della Palestina del 1936, qual è la cosa che spereresti che portasse con sé dopo aver visto Palestina 36?
Anne Marie Jasir: È una domanda molto interessante. Quando realizzo un film penso molto al pubblico palestinese. Penso alle persone per le quali questa storia rappresenta qualcosa di profondamente personale. Ma naturalmente non so quanto gli altri spettatori conoscano già questi eventi prima di entrare in sala. Quello che ho scoperto viaggiando con il film è che molte persone riescono a riconoscersi nella storia che raccontiamo. L’Impero britannico e il colonialismo hanno esteso la propria influenza in tantissime parti del mondo.
E questa è una storia che appartiene, in forme differenti, a molte persone e a molti paesi. Credo che più una storia sia specifica, più possa diventare universale. Palestina 36 racconta qualcosa di estremamente preciso, legato a un determinato popolo e a un momento storico particolare. Eppure, proprio per questo, riesce a parlare anche a persone che provengono da esperienze completamente differenti. L’ho percepito chiaramente incontrando il pubblico. Ma più che lasciare agli spettatori una particolare lezione sulla Storia, vorrei che comprendessero soprattutto una cosa.
Noi palestinesi abbiamo realizzato questo film in uno dei momenti più bui della nostra storia.
“Abbiamo continuato a ricominciare. Non so nemmeno quante volte ci siamo ritrovati a doverci rialzare e ripartire, mentre tutto intorno a noi sembrava crollare. E alla fine siamo riusciti a completarlo. Per ognuno di noi è stato qualcosa di estremamente personale. Ogni membro della troupe, ogni componente del cast, ogni singola persona coinvolta nella realizzazione del film ha vissuto questa esperienza profondamente”.
“Eravamo depressi, arrabbiati, addolorati. Ma sentivamo che dovevamo continuare. Abbiamo deciso di concentrare tutta quella rabbia, quella tristezza e quell’energia nella realizzazione di qualcosa. Dovevamo portare a termine il film. E adesso che lo abbiamo completato, possiamo finalmente consegnarlo al pubblico. È questo che spero: che gli spettatori possano riceverlo come un dono e diventare, in qualche modo, parte della nostra storia”.
Perché quando rimaniamo soli, chiusi nel nostro dolore, tutto diventa molto buio. È come trovarsi in un vuoto. Abbiamo bisogno di cercare la luce. E per me la luce nasce proprio dall’incontro con il pubblico. È il momento in cui possiamo dire: al diavolo i confini, al diavolo le separazioni e tutto ciò che cerca di dividerci. Perché noi possiamo creare qualcosa e voi potete riceverlo. E viceversa. Questo scambio rende significativo tutto quello che abbiamo affrontato. Forse può sembrare un discorso un po’ hippie, ma è davvero ciò che sento.
Palestina 36, un racconto di memoria, identità e resistenza

Dalle parole di Anne Marie Jasir emerge chiaramente come Palestina 36 sia molto più di una ricostruzione storica. Il film diventa uno strumento attraverso il quale raccontare un’identità collettiva, restituendo attenzione non soltanto agli avvenimenti politici, ma anche a tutte quelle esistenze che la Storia rischia di lasciare ai margini.
La scelta di costruire un racconto corale, senza un unico eroe, riflette una visione precisa della società palestinese, nella quale la comunità assume un valore centrale. Allo stesso modo, l’utilizzo delle immagini d’archivio permette di dare concretezza a un passato che, attraverso lo sguardo della regista, continua a dialogare con il presente.

Ma forse l’aspetto più significativo dell’intervista riguarda proprio la realizzazione del film. Le continue interruzioni, le ricostruzioni del set e le difficoltà affrontate dalla troupe hanno trasformato Palestina 36 in qualcosa di profondamente personale per tutte le persone coinvolte. Come racconta la regista, il risultato finale potrebbe non corrispondere esattamente al progetto immaginato inizialmente, ma rappresenta comunque una casa che è riuscita a rimanere in piedi.
Una casa costruita attraverso il cinema, la memoria e la volontà di continuare a raccontare. Perché, come ricorda la stessa Jasir, la storia di un popolo non comincia con la sua distruzione, ma con la vita che esisteva prima e con quella che continua a resistere.
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