Street Fighter: Centineo promette combattimenti brutali

Ken e Ryu in una scena di Street Fighter.

I colpi di grazia, le mosse speciali che hanno fatto la storia delle sale giochi e la complessa varietà delle arti marziali di tutto il pianeta: dev’esserci un’attenzione quasi maniacale alle radici dell’opera alla base del nuovo adattamento cinematografico di Street Fighter. Attesa sul grande schermo e nelle sale IMAX a partire dal 15 ottobre, la pellicola prodotta da Paramount e diretta da Kitao Sakurai punta a spazzare via il ricordo delle trasposizioni del passato, scommettendo sia sulla resa visiva e sulla brutalità dei combattimenti per conquistare gli spettatori, che… su altro.

In una recente chiacchierata con GamesRadar+ (che riportiamo via Deadline), Noah Centineo, interprete che presta volto e muscoli all’iconico Ken Masters, ha voluto celebrare la straordinaria impresa compiuta sul set dal coordinatore degli stunt John Valera. Di fronte a un universo narrativo popolato da tantissimi lottatori differenti, tutti, o quasi, con radici, provenienze culturali e geografiche distinte, la produzione di Street Fighter si è trovata davanti a un rompicapo coreografico sicuramente curioso da analizzare, quello di ricreare da zero gli stili di lotta distintivi di ciascun guerriero e farli scontrare sul ring in maniera credibile, senza snaturarne la natura originale.

Dall’analisi dei videogame alle coreografie del set

L’approccio scelto dalla produzione per superare i limiti delle precedenti versioni cinematografiche, almeno in base a quanto riportato dal protagonista di Street Fighter, si è basato proprio sul lavoro analitico svolto dietro le quinte. Centineo ha spiegato con grande entusiasmo come ogni personaggio provenga fondamentalmente da un contesto unico, sottolineando che il coordinatore degli stunt ha dovuto analizzare a fondo ciascun combattente e ogni singolo scontro per riprodurne lo stile specifico.

Chun-Li in una scena di STreet Fighter.

L’attore di Street Fighter ha poi evidenziato che le mosse più famose del videogioco sono state integrate nei duelli per permettere ai lottatori di scontrarsi nel totale rispetto delle loro caratteristiche classiche, definendo la cura per i dettagli un vero e proprio trionfo che regalerà al pubblico combattimenti folli e viscerali.

Ridare dignità a un mito lungo trentotto anni

La saga di Street Fighter cerca oggi una vera e propria rivincita nell’ambito della settima arte. Se l’ormai storico adattamento del 1994 con Jean-Claude Van Damme è diventato nel tempo un vero e proprio fenomeno cult pur allontanandosi dallo spirito del gioco, il successivo Street Fighter – La leggenda di Chun-Li del 2009 con Kristin Kreuk non era riuscito a lasciare il segno.

Questa nuova produzione vuole promettere di ribaltare del tutto le aspettative. Mettere la fedeltà atletica e la precisione tecnica al centro dell’esperienza visiva potrebbe essere il miglior biglietto da visita possibile per un titolo che intende restituire la giusta dignità a un pilastro della cultura pop globale.

Uno dei personaggi di Street Fighter in una scena.

Il rapporto tra cinema e videogiochi, d’altronde, continua a essere uno dei terreni più complessi dell’industria contemporanea, pure oltre lo stesso Street Fighter. Per anni Hollywood ha guardato ai videogame soprattutto come a una miniera di marchi riconoscibili, spesso dimenticando che dietro quei titoli esistono mondi, linguaggi e identità visive che non possono essere semplicemente trasferiti da uno schermo all’altro. Street Fighter sembra però muoversi in una direzione diversa: non limitandosi a utilizzare i personaggi del videogioco, ma tentando di comprenderne la grammatica intrinseca.

Il lavoro sugli stili di combattimento, in Street Fighter, può rivelarsi qualcosa di assolutamente significativo proprio per queste ragioni. Le mosse, le posture e le caratteristiche fisiche dei personaggi costituiscono una parte fondamentale della loro identità, andando per un secondo oltre il lato più semplicemente spettacolare e intrattenitivo del caso. Tradurle sul grande schermo potrebbe anticipare il fatto di riconoscere che il videogioco possiede già una propria forma di messa in scena, con l’obiettivo di riportarla sul grande schermo, traducendola con un linguaggio differente ma comunque attento.

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