Ben Affleck non nasconde la propria profonda amarezza di fronte al clima di aperta derisione e sarcasmo che ha travolto Digger (per approfondimenti vi lasciamo la nostra recensione di Digger), l’ultima attesissima fatica registica del premio Oscar Alejandro González Iñárritu. Intervenuto ai microfoni del podcast Happy Sad Confused, l’attore e regista americano ha deciso di prendere le difese dell’opera, attaccando senza mezze misure la morbosa soddisfazione con cui critica e pubblico stanno accompagnando il disastroso percorso commerciale della pellicola e paragonando questo accanimento al bullismo da liceo (riportiamo le sue dichiarazioni via World of Reel).
A far scattare la presa di posizione di Affleck è una dinamica ben precisa: la facilità con cui Hollywood e la rete trasformano un passo falso artistico in un bersaglio da abbattere e su cui non puntare. Distribuita nelle sale all’inizio di ottobre, la commedia Digger si è scontrata con un’accoglienza critica particolarmente feroce e con incassi disastrosi, fermandosi a poco più di 35 milioni di dollari in tutto il mondo.
La trappola dei conti e la condanna del rischio artistico
Di fronte a numeri così impietosi, la maggior parte degli osservatori si è affrettata a stilare bilanci e decretare il fallimento dell’operazione Digger. Affleck, tuttavia, invita a cambiare prospettiva. L’attore ritiene che focalizzarsi esclusivamente sulle perdite economiche finisca per oscurare il valore e le intenzioni di un progetto nato dal talento di artisti di primo piano: “Tutti vogliono mettersi a fare i conti, a calcolare quanti soldi abbia perso il film o cose del genere… Io penso semplicemente che, se punite i film che osano correre dei rischi, indovinate cosa otterrete? Una valanga di film di me**a, tutti uguali”.

Secondo la sua visione, punire chi trova il coraggio di uscire dagli schemi, come è successo con Digger e lavori simili, conduce a un’inevitabile conseguenza, ossia sommergere il pubblico con una montagna di prodotti fotocopia privi di identità: “È un po’ come la questione del bullismo al liceo. A dire il vero, è quello che sta succedendo adesso con Digger. Tutti vogliono festeggiare questo flop come se fosse la cosa più entusiasmante mai accaduta, e tu pensi: questo è un film piuttosto ambizioso e interessante, realizzato da persone interessanti e di talento”.
Il paradosso di un’industria che punisce le proprie ambizioni
Il ragionamento di Affleck porta alla luce, ovviamente, un’interessante contraddizione dell’ambiente cinematografico contemporaneo. Da un lato ci si lamenta continuamente della mancanza di idee originali e della saturazione da franchise, dall’altro si banchetta sulle ceneri di un film che prova a scommettere sul connubio tra una grande star hollywoodiana e la visione senza filtri di un autore affermato, come accade in Digger.
Esultare per il crollo finanziario di Digger invia un messaggio triste ai vertici degli studios cinematografici, ossia che rischiare non paga mai o che, comunque, paga pochissimo e in rare eccezioni.
Il grande azzardo di Tom Cruise
Nella vicenda specifica di Digger ci si potrebbe tranquillamente leggere altro, dato che travalica il semplice tonfo economico, trasformandosi in uno sguardo culturale profondo sul rapporto tra le ultime grandi star hollywoodiane e il pubblico contemporaneo.

Il coraggio di Tom Cruise di uscire dalla zona di comfort dei franchise miliardari per mettersi al servizio di un autore visionario e divisivo come Alejandro González Iñárritu merita sicuramente una lettura che vada oltre il semplice bilancio contabile. L’attore che per decenni ha incarnato l’infallibilità dell’intrattenimento globale ha scelto di rischiare la propria reputazione in un’opera sicuramente particolare, complessa e priva di paracadute narrativi.
La reazione gelida di una parte del pubblico nei confronti di Digger potrebbe portare a tantissime riflessioni di vario genere. Si potrebbe parlare di “pigrizia culturale”, ma anche di economia domestica, dati gli attuali prezzi dei biglietti del cinema e di una serata in sala comprensiva di snack e bevande. A tutto ciò bisogna aggiungere il peso della critica cinemtaografica e dello streaming casalingo. Un discorso lungo e complesso, su questo non v’è dubbio.
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